Drammatico

IN QUESTO MONDO LIBERO

Titolo OriginaleIt's a Free World...
NazioneGran Bretagna/Italia/Germania/Spagna
Anno Produzione2007
Durata96'
Sceneggiatura
Scenografia

TRAMA

Angie, ragazza madre impiegata nel collocamento dei lavoratori extracomunitari, licenziata dalla sua azienda decide di mettersi in proprio.

RECENSIONI

Loach, lontano dai manicheismi, riconosce come tesi l’ambiguità dei tempi e l’inevitabilità di certa ipocrisia del benessere: parlare del Male odierno significa sondare l’enorme contraddizione nella quale versa il ricco mondo occidentale e la sua difficoltà/impossibilità a individuare, nei confronti dell’Altra Metà, una condotta coerente e moralmente accettabile sotto ogni punto di vista. Il dubbio che serpeggia nella paradigmatica e dimostrativa sceneggiatura di Laverty è quanto di più attuale e tragico lo sguardo del regista potesse offrirci: il confronto tra padre e figlia sul tema è l’esemplificazione dell’inedito dilemma che mette a confronto nuovo cinico realismo e vecchio comodo idealismo. La lezione civile del regista stavolta denuncia un globale smarrimento ed è costellata da sacrosanti, tormentati punti interrogativi. E’ l’unico dato realmente interessante del film, ma non è poco.

Mi piace Ken Loach e lo dico chiaramente: mi piace perché da anni garantisce sguardi peculiari e avvincenti, coniugando l’annosa complessità delle questioni allo scavo caratteriale, dettagli e sfumature psicologiche, un’umanità che per affetto e fiducia nei suoi personaggi confina con l’umanesimo; mi piace perché risulta equivoca la presunta inabilità dell’inglese alla cinepresa, che anzi ha lanciato uno stile personale, spesso vanamente ricercato, a pieno titolo meritando la definizione di loachiano; mi piace perché, insieme a Mike Leigh, è tra i pochi in Europa a rischiare lo spaccato impegnato ma non trascurare l’estetica (un esempio derivativo: Saimir di Francesco Munzi, debole caso di loachismo italiano); mi piace infine perché altalenante, spesso ridondante e troppo esplicativo, ma di lì a poco pronto a ringhiare di nuovo, al film successivo.
Oggi sembra che la definizione di cinema sociale sia automaticamente riduttiva per l’opera in sé; che la statura del prodotto spontaneamente rimpicciolisca, perché non eccessivamente ardita, non abbastanza sperimentale, non al passo coi tempi; errore grave, dato che In questo mondo libero…, a conti fatti, si dibatte nervosamente nelle reti del contemporaneo. La prima e l’ultima scena si iscrivono nel film come rigide virgole di un discorso burocratico: un elenco che inghiotte nome, cognome, nazionalità, qualifica ma anche la singola aspirazione lavorativa (ergo: umana), puntualmente delusa. L’agenzia di lavoro interinale, catena di montaggio che si replica roboticamente, in apertura risulta già funzionante e cattura gli uomini/automi per masticarli nei suoi cingoli; questi volti selezionati, suddivisi, smistati, assegnati e spostati suonano in rilettura contemporanea lo spartito marxiano dell’alienazione. Nessuna pietà dal diabolico pilota del congegno sociale: Angie è licenziata in apertura ma domani, sul filo del paradosso, sarà lei a stabilire se/quando/come/dove altri poveracci potranno lavorare. Il sorriso si annerisce, la questione si sfaccetta, si sformano gli spigoli: i figli della gonfia comunità occidentale valgono più dei bimbi stranieri, marginali e raminghi; chi è senza passaporto non ha diritto a lavorare e nega ai superiori la possibilità di sfruttarli; la corruzione avvolge i padroni nelle sue spirali divorando i salari, negando le paghe, innescando rischiose deriva. L’ennesima ricognizione nella degradazione urbana trova piena espressione nella violazione del corpo femminile: la brutale aggressione di Angie è doppiamente violenta, perché costitutiva di questo ingranaggio, e colpisce duramente il nervo scoperto della rassicurante quanto fasulla intoccabilità sociale della donna. Si discende all’inferno.
Loach racconta queste vittime in fuga dal mostro, la spietata macchina/lavoro alla deriva, e lo fa con robusta dose di fatalismo e una torbida traccia di sovradeterminazione laica; e laddove la scrittura di Laverty oscilla talvolta verso l’esplicitazione del sentire interiore (a esempio la voglia di riscatto della protagonista, detta a più riprese), che sembra attualmente la maggiore mancanza dello sceneggiatore, per fortuna germogliano tracce di salvifica ironia a stemperare la dovuta seriosità dello scenario. Angie e Rose di giorno gestiscono gli operai a tempo, ma nottetempo volentieri se li scopano; è il lato più risolto dell’opera che, dietro lo schiaffo cocente dell’ingiustizia, lascia trapelare in contropiede insospettabili segni di vita. E’ peraltro nota l’abilità del regista alla guida della tensione: e anche stavolta quando arriva al punto, secondo lo schema, trova lo spaccato memorabile e segna l’agghiacciante ripresa del prototipo dell’Uomo Nero. L’intruso incappucciato sottrae la prole alla protagonista e la minaccia con indefinito accento straniero, sollevando nuovamente i peggiori timori dei nostri comodi salotti.
Torna in fabbrica Loach, vale la pena di fermarsi ad ascoltare.

Intervista a Ken Loach
(per gentile concessione di Waytoblue)

Da dove nasce questa storia?

Negli anni ’90 ho girato un documentario sul porto di Liverpool, dal titolo “The Flickering Flame”, in un momento in cui i portuali avevano vissuto un lungo conflitto con il governo per riuscire a preservare l’integrità del loro lavoro contro la più completa ‘occasionalità’ che sta prendendo piede. Il modo in cui la sicurezza del lavoro è scomparsa, favorendo la nascita di agenzie di lavoro temporaneo è, secondo me, un tema molto importante e completamente dimenticato. E’ un fatto che ha cambiato la vita delle persone, il risultato di una decisione politica, che potrebbe essere contrastata. Purtroppo però nessuno si oppone. Tutti i partiti politici, dai laburisti, ai conservatori, ai liberali, sono a favore di questo mercato. Vogliono tutti che sia così. La chiamano ‘modernizzazione’ e la considerano una legge di natura, un fenomeno che deve accadere per forza. Invece io credo che si tratti di una decisione politica che sta facendo gli interessi di un’unica classe, e che la gente comune è stata indotta a credere che questo sia l’unico modo in cui possiamo vivere. Ma non è così.
Nel 2000 avevamo già fatto Bread and Roses, che parlava degli immigrati messicani a Los Angeles, e poi è uscito Un bacio appassionato che racconta le vicende della seconda generazione degli immigrati pakistani; Paul, Mick e gli altri, 2001, parlava invece di un gruppo di operai della ferrovia che lottano contro la privatizzazione.
Sono tutti temi in qualche modo collegati, che si riallacciano all’attuale scandalo del crescente sfruttamento dei lavoratori stranieri in Gran Bretagna. I turni e le modalità di lavoro, l’interesse nell’immigrazione e negli immigrati, la vita che conducono, ciò che li spinge a venire: sono tutti temi che confluiscono in questa storia.

In che modo è stato influenzato dalle notizie sui giornali, ad esempio dalla tragedia dei Morecambe Bay Cockle Pickers nel 2004?

Questo genere di storie purtroppo sono spesso presenti nelle pagine della cronaca. Ma noi non volevamo raccontare una storia solo sulle vittime. Abbiamo fatto numerosi film in cui le sventure del protagonista coinvolgono lo spettatore. Stavolta abbiamo pensato che sarebbe stato interessante rivolgere lo sguardo ai comportamenti e alla mentalità di chi si trova dall’altra parte: gli sfruttatori. Fare un film sugli sfruttati ci sembrava troppo ovvio.

Avreste potuto raccontare una storia più estrema. Perché avete scelto questa vicenda?

Perché volevamo che il pubblico si identificasse con queste due donne, Angie e Rose. Se il protagonista è troppo ‘estremo’ la gente può rifiutarlo all’inizio. Invece deve pensare: “Beh, è una situazione piuttosto comune... se non lo fa lei, lo farà qualcun altro… il mercato è molto competitivo, quindi anche lei deve esserlo… deve ricavarsi un suo spazio, quindi deve essere abbastanza dura all’inizio …” Lo spettatore deve poter comprendere la sua logica e, alla fine, scoprirne la malvagità. Angie è una donna che incarna lo spirito di questa nostra epoca. Nel giro di qualche mese, verrebbe eletta la donna d’affari dell’anno!

Che tipo è questa Angie?

E’ una donna sulla trentina, con un figlio, Jamie. Ha fascino ed energia, e proviene da una famiglia operaia molto rispettabile e molto orgogliosa. Le sue capacità non hanno mai trovato uno sbocco; inoltre ha vissuto una serie di relazioni sbagliate, e la sua ambizione è rimasta frustrata, rispetto a quel che sognava di ottenere. Ora però ha la sua grande occasione, sa di potercela fare e ce la mette tutta. Ha raggiunto un punto nella vita in cui sente che se non farà qualcosa ora, dopo sarà troppo tardi. In questo momento sente di avere l’età giusta. Angie è il prodotto della controrivoluzione thatcheriana, che ha posto l’accento sugli affari e sulle capacità imprenditoriali, che ha premiato l’atteggiamento in cui ci si fa strada e si cerca di avere successo sgomitando. E’ una donna accattivante, ma non la classica buona amica. E questo si capisce dal modo in cui la trattano gli uomini. E’ vivace, frequenta i locali. Ma nessuno è disposto a trascorrere con lei neanche una settimana.

Come ha scelto Kierston Wareing nel ruolo di Angie?

Insieme a Kahleen Crawford, la direttrice del casting, abbiamo visto centinaia di persone nel corso di tre o quattro mesi. Abbiamo incontrato Kierston sei o sette volte e ogni volta la facevamo improvvisare. Si è rivelata sempre superiore alle aspettative: sempre simpatica, divertente, briosa e piena di sorprese. Poi è una persona amabile, cosa che aiuta quando devi lavorare per tanto tempo a stretto contatto con qualcuno.

Cosa cercavate nel suo personaggio?

La capacità di essere amabile ma anche spietata. Deve essere dura. Sentimentalismo e spietatezza, due cose che spesso vanno a braccetto. Penso che Kierston abbia interpretato benissimo questi due aspetti. E’ un libro aperto, le si legge tutto negli occhi.

Perchè secondo lei l’industria del cinema non l’aveva notata?

Ci piace prendere in considerazione quelle persone che l’industria non ha ancora ‘sfruttato’. Spesso queste persone non si inseriscono nel facile e blando modello utilizzato dalla televisione. Kierston esprime spigolosità, una certa intransigenza. Forse non era mai stata scritturata perché trapela qualcosa di pericoloso in lei, qualcosa di insolito che non trova facilmente il giusto corrispettivo nel mondo dello spettacolo.

E’ stata la storia a produrre il personaggio di Angie o viceversa?

Le due cose vanno di pari passo. Era un personaggio capace di svolgere quel lavoro e di esistere nel maschile mondo degli affari e della competizione; inoltre, anche se non lo ammetterebbe mai, Angie inconsciamente si considera una femminista. Il suo pensiero è: ‘Perché le donne non possono fare quello che fanno gli uomini?’ La trovo un personaggio molto contemporaneo. Non avrebbe fatto quello fa se non fosse vissuta in questo periodo storico.

Il film offre un giudizio morale su di lei?

Non su di lei. Il film giudica il sistema in cui la sua impresa può prosperare.

Dopo diversi film ambientati altrove, perché è tornato a Londra?

Laverty ed io abbiamo pensato a Londra come al cuore dell’Inghilterra. Paul è scozzese e ovviamente ama scrivere del suo paese, ma non voleva che questo problema risultasse radicato esclusivamente nella realtà dell’est dell’Inghilterra. Si tratta di situazioni che si verificano ovunque, che sono ormai il cuore del sistema economico, ed è interessante osservare l’ipocrisia con cui viene trattato questo problema. Da un lato la gente afferma che l’economia non potrebbe sopravvivere senza questa forza lavoro sotterranea; dall’altro, la destra vorrebbe espellere tutte queste persone dal paese. Una totale ipocrisia.

Lo scopo di questo film è di scioccare o di indurre a cambiare comportamento?

Lo sfruttamento è cosa nota a tutti. Quindi non si tratta di una novità. La cosa che ci interessa di più è sfidare la convinzione secondo la quale la spregiudicatezza imprenditoriale è l’unico modo in cui la società può progredire; l’idea che tutto sia merce di scambio, che l’economia debba essere pura competizione, totalmente orientata al marketing e che questo è il modo in cui dovremmo vivere. Ricorrendo allo sfruttamento e producendo mostri.