Horror

IN A LONELY PLACE

NazioneItalia
Anno Produzione2016
Genere
Durata82'

TRAMA

Un uomo. Una donna. Un’ossessione. Forse due.

RECENSIONI


Se pensiamo alla bassa padana e al genere horror subito ci vengono in mente i brividi disseminati da Pupi Avati con La casa dalle finestre che ridono e Zeder. Il giovane romagnolo Davide Montecchi dimostra di avere assorbito quelle atmosfere e le contamina con uno sguardo personale lontano da qualsiasi cliché e volontà di assecondare i presunti gusti del pubblico. Ciò che ne esce è un’opera molto personale che pensa in grande, ambientata in un non luogo che potrebbe essere ovunque perché abitato più che altro da inquietudini. Il tema dominante è l’ossessione e il tentativo di comprenderla, dominarla, razionalizzarla. Un’ossessione che deve scendere a patti con la capacità di gestire le proprie pulsioni. I protagonisti sono un uomo e una donna, personaggi quasi archetipici nella loro essenzialità. Lui è un fotografo. Lei una modella. Non sappiamo molto di loro, se non che hanno già lavorato insieme. Gradualmente apprendiamo anche che non tutto è come sembra, ma il film non vuole giungere a un punto di arrivo, più che altro instillare il dubbio, dare concretezza all’impalpabile, giocare con il mezzo cinematografico e le sue molteplici opportunità. Per farlo utilizza una forma suadente dove, più dei due protagonisti, a parlare sono la geometria delle architetture, gli ambienti fatiscenti, valorizzati da un uso del grandangolo che esalta ogni singolo dettaglio, le sonorità, stridenti ma anche avvolgenti, le superfici dei tanti specchi in scena che riflettono ed esaltano le maschere indossate dai personaggi. Ciò che colpisce maggiormente del film è la grande cura formale, rara in un’opera prima italiana, per di più se declinata all’horror dove i brividi si traducono il più delle volte in B-movie, la composizione delle inquadrature, in cui la cornice contribuisce in modo determinante a valorizzare ciò che è centrale, la gestione degli spazi, ricchi di elementi che concorrono a creare un’atmosfera di progressiva perdita delle certezze. Il percorso, più che mai perturbante e ai limiti dell’esperienza sensoriale, viene condotto, anche narrativamente, con rigore e consapevolezza. Il rischio, solo in parte arginato, è quello dell’esercizio di stile. Ma è uno stile che ammalia e affascina. La curiosità di vedere Davide Montecchi alle prese con un’opera seconda, in cui coniugare questa padronanza del mezzo cinematografico con la capacità di dare voce al sotterraneo, è quindi grande.