Drammatico

IL TERZO TEMPO

TRAMA

Samuel ha un passato da delinquente minorenne e deve scontare un periodo di riabilitazione nell’azienda agricola di Vincenzo. L’assistente sociale si accorge del suo talento naturale per il rugby e cerca di inserirlo nella squadra che allena.

RECENSIONI


Sul futuro di Enrico Maria Artale, classe 1984, siamo pronti a scommettere, e il suo primo lungometraggio ci dà ragione. Prodotto anomalo nel panorama italiano, Il terzo tempo ha una struttura da classico film sportivo che rimanda a tanto cinema statunitense del genere: protagonista riottoso e difficile scopre di avere un insospettato talento per uno sport, e lo mette a frutto compiendo parallelamente un percorso di crescita interiore. In questo senso la sceneggiatura non si concede troppe variazioni sul tema e procede sicura su binari consolidati da numerosi titoli in precedenza; dal rapporto fra il giovane ribelle senza causa e l’allenatore/mentore molto male in arnese all’immancabile, per ovvi motivi anche di target (dati l’età dei protagonisti e il messaggio positivo legato al lavoro di squadra, il film si rivolge, seppure non esclusivamente, a un pubblico giovane) componente romantica plasmata su modalità prossime alla fiction tv (punto debole di un’opera che pecca di ingenuità nel comparto scrittura ma si riscatta con un’onestà ammirevole). La novità sta nella scelta dello sport, il rugby, popolare in Italia ma di rado comparso sul grande schermo, che porta con sé una fisicità e un dinamismo ardui da restituire al cinema: Artale, che ha “scoperto” questo sport girando il documentario I giganti dell’Aquila sulla squadra del capoluogo abruzzese, ha il talento e l’occhio giusto per buttarsi nella mischia e manovrare la macchina da presa lasciando fluire i tempi del gioco e la sua brutale bellezza. Assecondando il carisma epidermico del giovanissimo protagonista, Lorenzo Richelmy, Artale dà il suo meglio quando la parola cede terreno all’azione e compone quadri in movimento di sorprendente riuscita, dinamici e capaci di rendere il senso del gioco. Il regista aderisce al punto di vista di Lorenzo/Samuel sulle diverse partite, avvicinandosi progressivamente, nel corso dei match rappresentati nel film, alle regole di uno sport tanto “cattivo” quanto sottile: un approccio alla materia sportiva che è insieme spettacolare e intelligente. Anche i classici montaggi alla Rocky che compongono la fase di allenamento di Samuel sfruttano in modo sapiente l’ambientazione bucolica della vicenda, dando vita nel complesso a un prodotto medio, rivolto a un pubblico ampio, tecnicamente pregevole: molto più di quanto si possa chiedere oggi al cinema italiano popolare.