Drammatico

IL SOLISTA

Titolo OriginaleThe soloist
NazioneU.S.A., Gran Bretagna
Anno Produzione2009
Durata117'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Un reporter alla ricerca di una storia si imbatte in un homeless schizofrenico talentuoso del violoncello.

RECENSIONI

Una storia vera, un po' Shine ed un po' moderna favola americana. I pilastri su cui regge la pellicola sono archetipi cinematografici. Downey jr è il motore di partenza più classico di vicende di questo genere: l'uomo che ha dimenticato per quale ragione vive, che ha perso il contatto autentico col prossimo, che non prova stimoli da troppo tempo. Ma anche, nel filone giornalistico, il reporter per cui i pezzi sono ormai doverosa routine, per cui cercare storie non è più frutto di curiosità ma della necessità di garantire il numero di righe dovuto alla testata e l'argomento capace di interessare il lettore medio. Separato, disincantato, apparentemente ruvido, Fino ad un incontro inatteso che lo sorprende e lo "tocca". Anche il "diverso", l'emarginato, è a suo modo un classico: patologicamente incapace di interazione umana, arroccato nel suo mondo senza nulla chiedere al di fuori di esso.

L'incontro tra i due uomini si ferma infatti a metà, l'artista malato non si lascia salvare (ma solo aiutare) e chi trae probabilmente i benefici maggiori è proprio il "sano" (cfr. Rain man e molti altri titoli). Poi c'è l'arte, la passione per essa, la musica nella fattispecie, come forma d'espressione trasversale alle diverse condizioni umane, sane o non. La musica come possessione, estasi, canale di vita, è bene ed insistentemente rappresentata dal volto mobile di Foxx. Lo strumento è oggetto di un innato desiderio (Foxx si protende verso il violoncello sano, usato da Downey jr come esca, vagheggiandolo come Il pianista Brody faceva con il pianoforte che non poteva suonare, se non nella sua mente).

Il film finisce però troppo presto le cose da dire, che non sono moltissime, e tutte già sentite. La lunghezza è allora penalizzante, la noia inevitabile. Peccato perché Robert Downey jr è sempre bravo ed in parte, e ormai sa reggere da solo la scena dei suoi film con carisma autentico. Foxx, nel confronto, risulta oscurato. Joe Wright si era dimostrato molto più nelle corde degli apprezzabilissimi Espiazione e Orgoglio e pregiudizio.

L.A. Story

Scrive benissimo Saso a proposito de Il solista: “le cose da dire […] non sono moltissime, e tutte già sentite”. Per fortuna Joe Wright sa come dirle, o meglio, come mostrarle: la vicenda è sufficientemente scarna perché il regista possa esplorarla in maniera convincente, pur muovendosi lungo i binari del filone drammatico/sentimentale, e più nello specifico, del sottogenere “professionista di successo incontra marginale di talento”. Tre sono i cardini di questa esplorazione.
L’uomo. L’incidente di cui è vittima il ciclista Downey jr. all’inizio del film è un accidente, un fatto assolutamente “inutile”: il film potrebbe iniziare con l’incontro fra il cronista e il suonatore di violino e nulla cambierebbe ai fini della trama. Eppure, il film non sarebbe lo stesso senza quel prologo (rapido, ma pieno di annotazioni gustose, a partire dall’invasione dei procioni da giardino). Il personaggio di Steve, brillante, cinico e nevrotico, è tutto in quell’alba livida, nella squallida tragicommedia degli esami clinici, in quel volto tumefatto e quasi deformato, davanti al quale i colleghi del giornalista (ex moglie in primis) ostentano la massima naturalezza, come se nulla fosse più normale che il vedere “quella” faccia. Anche prima di conoscere nei dettagli la zoppicante vita sentimentale e professionale di Lopez, sappiamo, o possiamo indovinare, molto. Al tempo stesso, le ferite causate dall’incidente “preparano” l’incontro con Nathaniel, costituendo quasi il lasciapassare per il mondo a parte che il musicista di strada ha costruito coi propri ricordi e le proprie fantasie. Il contatto è naturale, fluido e necessario come l’espansione del suono del violino, e al tempo stesso bizzarro e inspiegabile quanto la presenza di una statua di Beethoven nel luogo dell’incontro (una desolata periferia urbana). Quanto a Nathaniel, non basterebbero due cartelle, e svariate revisioni della pellicola, per analizzare nel dettaglio l’abbigliamento e il décor ambulante che caratterizzano il personaggio: uno su e per tutti, l’affresco stilizzato con cui il violoncellista ritrovato “decora” la sua nuova casa, affresco costruito attorno al nome di Dio/Steve Lopez, una sorta di microscopica Cappella Sistina per il fu homeless (in fondo l’appartamento racchiude il suo bene più prezioso, il violoncello). Dai protagonisti, questo lavoro sui dettagli, sulle atmosfere, su tutto quello che sembra accessorio (e non lo è) si estende ai personaggi minori, a partire dall’ex moglie di Lopez: al regista basta una trovata visiva (la brusca conclusione della telefonata nella sequenza della cena di gala) per trasmettere, come e meglio che in svariate pagine di dialogo (che pure saranno presenti, qualche scena dopo), la gelosia sottilmente nostalgica del personaggio.

Il suono. Non c’è solo la musica, anzi la Musica, ne Il solista. A differenza di tante biografie su musicisti, nel film di Wright il rumore e il silenzio hanno un ruolo quasi più rilevante rispetto agli inserti sinfonici (sebbene curatissimi, e quasi di lusso, grazie a una bacchetta di vaglia quale Esa-Pekka Salonen, che compare anche nel film alla testa della Los Angeles Philharmonic, orchestra di cui è stato direttore musicale ed è ora Conductor Laureate). La sequenza che riassume la fallimentare esperienza di Nathaniel alla Juilliard è tutta costruita su progressive stratificazioni sonore, in un vortice allucinatorio repentino e implacabile che dalla sala prove affonda fino alla disperazione che regna nell’appartamento del giovane musicista, dominato da uno schermo televisivo dal quale un neonato vagisce, ma senza emettere alcun rumore, se non nella testa del personaggio, che ne subisce la presenza come l’assalto finale alla propria labile lucidità. La Musica, sublime fantasia e liberazione dalle miserie del quotidiano, evoca immagini desolatamente astratte (la prova del concerto) o genericamente consolatorie (il volo degli uccelli), ma queste caramellose diversioni non fanno che ribadire, per contrasto, l’ineluttabilità e la violenza di tutto ciò che non è Musica. Il mito di Orfeo (Nathaniel che suona il violoncello nel cortile del rifugio) viene ripercorso senza sconti consolatori: il dono – la condanna? – della Musica non salva l’uomo dal dolore e dalla delusione, per quanto possa mitigarne le sofferenze.
La città. Il terzo personaggio del film è Los Angeles. Non solo ne vediamo i luoghi topici (a partire dalla Walt Disney Concert Hall, le cui gradinate ospitano, inquietante sfondo lunare, il primo e unico concerto pubblico di Nathaniel), ma fin dalle prime sequenze la città viene inquadrata (con scarsa inventiva, forse, ma con innegabile efficacia) come un grande essere vivente, nelle cui vene scorrono, indissolubilmente intrecciati, minacciose automobili e dolci sogni di evasione (l’aereo che sorvola il tetto di vetro del tunnel, abituale rifugio del virtuoso). L.A. è di volta in volta inferno urbano (con più di un ricordo delle rivolte dei primi anni Novanta), luccicante scenario per politici “illuminati” (cui vanno ricondotti, ovviamente, anche gli scenari infernali di cui sopra), spazio neutro in cui a scontrarsi non sono unicamente le persone ma (dai protagonisti in giù) le etnie, i ceti sociali, le visioni del mondo. Una città sempre in bilico fra sogno e allucinazione, costantemente su di giri (il terremoto, menzionato nel dialogo fra Steve e Mary dopo la scena della premiazione del giornalista, è insieme sineddoche e metafora di L.A.), costituzionalmente conflittuale. Una scelta scontata, ma senza un simile sfondo Il solista perderebbe gran parte della propria valenza retorica. Valenza che appare innegabile, al pari della scarsa originalità della pellicola. Del resto, considerato anche il soggetto, sarebbe stato poco prudente aspettarsi qualcosa di radicalmente diverso. Con gli ingredienti a sua disposizione, Wright crea un piatto non solo digeribile, ma decisamente appetibile.

Nonostante la co-produzione con l’Inghilterra, ha tutta l’aria della consueta, su commissione, chiamata a Hollywood per il promettente regista di Espiazione. Compito: dare corpo ad una sceneggiatura di Susannah Grant (Pocahontas, Erin Brockovich) basata sul romanzo del giornalista Steve Lopez (interpretato da Robert Downey jr.) e sul suo rapporto d’amicizia conflittuale con Nathaniel Ayers, talentuoso violoncellista affetto da schizofrenia. Per quanto Wright sia dotato, sotto la crosta della sua messinscena giace, dormiente ma spesso in dormiveglia nefasto, il tipico script stereotipato all’americana, ancor più deleterio quando tratta malattie mentali, deficit vari e percorsi di crescita individuali con pistolotto finale. Altre due boe di segnalazione: le soste frequenti nella commedia e la prova stra-ordinaria di Jamie Foxx (s’è fatto anche limare i denti), con nota trasformista talmente calcata da essere, tipicamente, da “Oscar”. Poi c’è Wright, non c’è scena in cui il suo talento tecnico/creativo non faccia capolino, per soluzioni di montaggio, punti di inquadratura, elaborati piani sequenza, insert documentali quasi lisergici e modi sublimi di mettere in immagini la musica (anche alla Fantasia: Nathaniel chiude gli occhi, s’abbandona all’esecuzione orchestrale di Beethoven, e Wright va di sinestesia, malattia neurologica in cui le note si associano ai colori): il regista, come il suo protagonista, è un angelo in stato di grazia, alle prese con violini a due corde (la sceneggiatura). Ci sono, è vero, “licenze” rispetto alla consueta biografia dell’eroe hollywoodiano (qui scisso in due: il buono/vittima=Nathaniel e il buono/operoso=Steve): già il titolo può riferirsi sia al solista musicale, con fobia dei posti chiusi e non più in grado di (sos)tenere un concerto con altre persone (orchestra o pubblico non casuale), sia al giornalista divorziato e parimenti solitario, che ammira la fede per la musica del senzatetto, non concependo un amore così grande. Poi c’è una traccia, da “impegno civile”, sugli homeless, che Wright interpreta in modo documentaristico, ambientando il tutto nella Skid Row losangelina e filmando veri barboni: da manuale, sarà, ma meno hollywoodiano di quello che una produzione del genere facesse temere. Last but not least, c’è la dedizione rimarchevole nel restituire, con “il” cinema, la magnificenza e l’estasi della musica. Il box office ha detto no.