Horror

IL QUARTO TIPO

TRAMA

L’attrice Milla Jovovich ci informa che il film racconta fatti realmente accaduti: la vicenda della psicologa Abigail Tyler che nel 2000, dopo la morte misteriosa del marito, affronta un caso dai risvolti paranormali nella città di Nome, Alaska.

RECENSIONI


Il quarto tipo è un mockumentary horror del giovane regista americano Olatunde Osunsanmi: racconta l’indagine di una psicologa sui rapimenti alieni, alternando la ricostruzione fiction interpretata da Milla Jovovich a una serie di sequenze presentate come vere, filmate durante le sedute della dottoressa Tyler con i suoi pazienti all’epoca dei fatti. Viene specificato che i nomi utilizzati sono spesso fittizi. Intanto Osunsanmi finge di intervistare la donna, oggi devastata e impazzita per gli eventi sostenuti. Quindi il falso documentario interagisce con il film, attraverso gli strumenti del montaggio alternato e dello split screen, che divide lo schermo in due o quattro: sentiamo una voce off che appartiene alla vera Tyler e commenta la ricostruzione con la Tyler finta, dichiarandosi d’accordo o perfino offrendo puntualizzazioni sul rappresentato. Il modo in cui l’espediente è usato, rispetto ad altri mockumentary più “semplici”, in questo caso posiziona il film su un grado di leggibilità non immediato: molti punti della storia sono rappresentati due volte – in forma fiction e documentaria – con variazioni minime ma una stratificazione di ruoli complessiva (per esempio nel documentario gli attori fingono di non essere attori; nella fiction, come dice all’inizio, la Jovovich sa che sta recitando una parte – dunque è il contrario -; in entrambi la psicologa stessa è psicanalizzata, avviando un gioco di specchi). A livello spettatoriale, dopo pochi minuti, arriva la realizzazione che “è tutto falso” insieme alla concessione che “fingiamo di crederci”. Stabilito il patto con il film, assistiamo poi alla ricapitolazione di un immaginario condiviso, sia dal lato formale (il metodo delle finte interviste) che nella sostanza: i rapimenti si succedono sistematicamente ma non c’è memoria, scattando il meccanismo di difesa freudiano, la dottoressa si ritrova direttamente coinvolta, la polizia non le crede, eccetera. E in questo contesto si afferra il ruolo del tassello documentario: ha funzione solo epidermica, cioè alzare il livello dello spavento, e nella scena dell’ipnosi di Scott questo avviene davvero, con la doppia rappresentazione che mostra un’interazione efficace e attraverso un percorso arzigogolato ottiene l’effetto diretto della paura. Allo stesso modo, però, si sottolineano le mancanze del regista-sceneggiatore: nello specifico della detection si ferma agli archetipi, vedi la scoperta dei segni sulla schiena provocati da tecnologia extraterrestre (a causa di non precisati “esperimenti”), in generale risolve tutto nella sciocchezzona dei sumeri, e anche nella stesura dei dialoghi mette spesso il pilota automatico (uno a caso, sentiamo il collega psicologo consigliare alla protagonista di “prendersi un po’ di riposo”). Alla regia inoltre cerca di movimentare la situazione, senza particolarità da segnalare se non per déjà-vu; passando sulle citazioni (Twin Peaks, i gufi non sono quello che sembrano), la sequenza chiave del rapimento a tre, con la telecamera che continua a riprendere da terra, si rivela copia-incolla formale e sostanziale dalla fine di The Blair Witch Project: la scena c’è ma non si vede nulla.
La pellicola, che ha il pregio di non mostrare gli alieni ma tenerli sottintesi, si chiude con regista e attrice che parlano in camera: insistono sulla verità della storia, chiedono ancora la sospensione di incredulità, e lo fanno ancora seriamente, senza sottigliezza né scetticismo, rendendo troppo pesante la loro invasione nello spazio del film.