Drammatico

IL PRINCIPE DI HOMBURG

NazioneItalia
Anno Produzione1997
Durata85’

TRAMA

Il principe di Homburg vince una battaglia contro gli svedesi, contravvenendo però agli ordini del padre. Per la Legge, deve essere giustiziato. L’amata cugina si adopera affinché ciò non avvenga.

RECENSIONI

L’esito dell’approccio intellettualistico di Bellocchio alla tragedia romantica di von Kleist è deciso dal fallimentare dosaggio fra registri (commedia, dramma, grottesco, horror) e dal passo sonnambolico (figlio, anche, dell’ossessione del regista per la psicanalisi), fra drammaturgia teatrale “tradizionale” e straniamento brechtiano, generando un’antonimia che è corto circuito (non quello cui anelava l’autore) figlio dell’indeterminatezza. Gli intenti, per quanto lodevoli, paradossalmente finiscono per sfiorare l’approssimazione: c’è lo scollamento fra linguaggio corporale/visivo e parola declamata e liricheggiante (ne Il Sogno della Farfalla, la parola era corruttrice e, a teatro, si metteva in scena proprio Il Principe di Homburg); c’è il disorientamento del protagonista che sfocia in sprazzi onirici dove è difficile la “messa a fuoco” (e, allora, ecco Homburg in primo piano sulla sinistra, un vociare fra le fiaccole fuori fuoco in avvicinamento; oppure la splendida prima immagine, con cavalieri in corsa che la macchina da presa non riesce a “fermare” nello spazio e nei contorni); ci sono ritorni tematici e di stilemi fra ribellione del figlio verso il padre, veemenza giovanile contro le rigide regole sociali, immagini concrete che anelano all’astrattezza allegorica, sperimentazione linguistica, messinscena spoglia. Tutto programmaticamente affascinante, eppure spesso risibile nei risultati, a cominciare dalla scelta del protagonista Andrea Di Stefano che, privo di dizione corretta, recita male, non brechtianamente. Il tutto è in presa diretta (e Toni Bertorelli sfoggia il suo talento) e sentire la bellissima Barbora Bobulova con accento slavo o Di Stefano con inflessioni meridionali, per quanto precisa scelta “anarchica”, di sottomissione del valore del linguaggio verbale, genera (più che straniamento) effetti di dilettantismo involontario. Non ci sono né il Pasolini che restituisce genuinamente l’incapacità professionale, né il Joseph Losey cui era riuscito il giusto equilibrio fra ortodossia e distanziamento. Bellocchio tentenna e rischia, addirittura, un appiattimento dello spessore del testo.