Drammatico

IL PRIMO INCARICO

TRAMA

Nel 1953, una ragazza meridionale, Nena, deve lasciare famiglia e fidanzato e trasferirsi in un paesino della Puglia per assumere il suo primo incarico di maestra di scuola. Ad accoglierla, però, è una realtà ostile, quasi arcaica, popolata di persone con cui Nena non sembra condividere nulla.

RECENSIONI


Il primo incarico, quello di maestra elementare in un paesino pugliese lontano da quello natio quasi duecento chilometri (e forse anche un’era), distanze siderali nei difficili anni Cinquanta, diventa una verifica esistenziale che non chiarisce il suo segno se non con il tempo. Lontana dalla sua famiglia, dal suo ambiente di provenienza, Nena non sa più chi è: non appartiene ancora al nuovo luogo nel quale si trova, non appartiene più a quello che ha lasciato, non riesce a fare ordine nel suo cuore, non sa neanche se quello di insegnante è il lavoro che vuole svolgere, tanto da intraprendere la strada per l’altare del sacrificio nuziale quasi suo malgrado, contro se stessa, a conferma di quanto predicato da una madre che ha sempre constatato lucidamente l’oggettiva incompatibilità tra lei e il suo primo fidanzato altoborghese, da cui dipendeva intellettualmente, l’impossibilità della loro unione, sancita da una differenza di classe che non viene rimarcata esplicitamente, ma che è un sottinteso pesante più di un grido, forte più dell’utopico romanticismo che nutre quell’unione.
Il film, ambientato in un’Italia rurale e antica generalmente poco raccontata, che ricorda il miglior Avati, con implicazioni palesemente rosselliniane (Stromboli) e certe deviazioni iconiche proprie dei Taviani (la pioggia di petali sul viso, la simbolica scena del pane da infornare, che quasi adombra l’incontro abortivo con una mammana) è diretto con misura da una regista attenta a non forzare mai la delicata linea narrativa (le stesse lettere tra i fidanzati, affidate alle voci fuori campo, costituiscono un ricamo atmosferico più che una nota esplicativa), preferendo imprimere al racconto lievi scosse, non palesandovi mai un’urgenza conclusiva, constatando le situazioni, facendo emergere umori e descrizioni degli ambienti: un registro contemplativo che si rivela il punto di forza della pellicola.


Sul piano visivo, il film appare invece più indeciso, oscillando tra una figurazione mediamente realistica, improvvisi lampi pittorici e patinature liriche che sfiorano lo scivolone, piccoli inciampi che non compromettono l’esito di un film altrimenti consapevole della materia e delle modalità della sua trattazione, che restituisce con occhio appuntito i codici di comportamento di una società, la presa di coscienza di sé della protagonista, di come un’esperienza transitoria possa trasformarsi in un destino, le differenze tra uno scenario più avanzato e un mondo atavico in cui vige ancora la legge del coltello e della vendetta di sangue, ma dove, d’altra parte, si è affermato un sistema di conoscenze aderente all’ambiente e che mette in evidenza il diverso bagaglio esistenziale tra la donna e il microcosmo nel quale si trova ad agire (l’uccello, che risponde al fischio del marito, parla una lingua che non conosci).
Partendo dalla storia dei suoi genitori, Giorgia Cecere (sceneggiatrice, tra l’altro, di Sangue vivo di Winspeare), mette in scena il processo umano e l’evoluzione volitiva della protagonista, una convincente Isabella Ragonese, il suo passaggio all’età adulta che le consente di operare una scelta personale, laddove da sempre erano stati l’ambiente e le circostanze a decidere per lei: quella di darsi al giovane pietraio del luogo non è dunque una scelta suicida, c’era un istinto terragno, seppellito sotto una coltre di studi e di cultura, che richiedeva attenzione; uno spesso strato di libri opponeva resistenza, un baluardo poderoso che viene sfondato e che riporta Nena a contatto con la sua parte più autentica.
Un debutto felice.


È un personaggio femminile insolito quello del film di Giorgia Cecere. Una ragazza figlia del suo tempo (siamo nel Sud Italia nel 1953) ma con la voglia di non omologarsi. Un tentativo di rendersi indipendente dalla figura maschile che porterà la protagonista ad accettare un incarico di maestra elementare in un paesino sperduto sull’altopiano, lontano da casa. Una scelta coraggiosa e difficile perché rende inevitabile il distacco, sia dalla famiglia, con cui comunque il rapporto è conflittuale, che, soprattutto, dal fidanzato, appartenente all’alta borghesia e con cui l’affinità elettiva è profonda. Le premesse sono interessanti, perché consentono di entrare in una quotidianità lontana dal presente, scandita dal ritmo della natura e ancora immersa in una cultura arcaica che non ammette repliche. Ciò che meno convince è il tentativo di imporre un personaggio problematico senza sviscerarne però i conflitti, ma in qualche modo assecondandone il punto di vista, trasformando cioè la ragazza del sud piuttosto egoista ed egocentrica in una sorta di eroina del racconto. Una donna emancipata solo negli ideali, in realtà piuttosto arrendevole e convenzionale, impressione confermata dal finale conciliante e un po’ stridente, in cui le nuove consapevolezze non assumono mai i connotati della rinuncia.


Molti, comunque, gli spunti preziosi, legati proprio alla capacità di trasmettere con realismo il periodo storico rappresentato senza eccedere in folclore; qualche legnosità nella recitazione (a parte la brava Isabella Ragonese sono tutti non professionisti alla loro prima esperienza) e la sensazione di una difesa a oltranza delle scelte della protagonista che, più che assenza di giudizio nei suoi confronti, si percepisce come sguardo un po’ invasivo della regista e co-sceneggiatrice.