Drammatico, Netflix, Western

IL POTERE DEL CANE

Titolo OriginaleThe Power of the Dog
NazioneNuova Zelanda, Australia
Anno Produzione2021
Durata128'
Sceneggiatura
Trattoda The Power of the Dog di Thomas Savage
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Il carismatico allevatore Phil Burbank incute paura e rispetto alle persone attorno a lui. Quando il fratello porta a vivere nel ranch di famiglia la nuova moglie e il figlio di lei, Phil li tormenta finché non si ritrova vulnerabile alla possibilità di innamorarsi.

RECENSIONI

A 12 anni da Bright Star (2009), Jane Campion torna a dimostrare l’ampiezza della sua visione cinematografica e la profondità della sua esplorazione fra le pieghe della carne, dell’animo umano. Il potere del cane, premio alla Miglior Regia alla Mostra del Cinema di Venezia 2021, è un western fordiano ambientato fra le polverose vastità selvagge del Montana, territorio lungo il quale Campion sposta il suo sguardo idiosincratico verso un’altra idea di Frontiera e verso un altro tipo di mito. È il 1925 e qui si trova il ranch dei fratelli Phil e George Burbank, che portano avanti con successo il loro allevamento di bestiame in un ambiente ostile, alcool e sudore, un mondo fatto di uomini. Ma quando George, il fratello gentile, prende inaspettatamente moglie e la porta a vivere con loro, Phil – il fratello duro e rozzo, quello che incute paura e rispetto, che castra il bestiame con una mano sola – si oppone con tutto il disprezzo di cui è capace. Phil odia Rose, vedova e pianista dilettante, colpevole di aver frantumato non tanto l’equilibrio di un amore fraterno, quanto il castello di un intero idillio machista. Phil la tormenterà senza riserve dall’alto della sua presenza tossica, facendola precipitare nell’infelicità e nell’alcolismo. All’apice della sua sfida contro la donna, dopo averlo denigrato e bullizzato, Phil prende sotto la propria ala il figlio di lei, Peter, un giovane uomo delicato e effemminato, il contrario del cowboy. Phil, il mandriano maschio, e il suo speculare, l’esile e femmineo Peter. Ma l’insospettata vicinanza donerà agli occhi del ragazzo, senza mai pronunciarla, una chiave per l’animo segreto di Phil. È un momento di tremore, i ruoli si potrebbero ribaltare, vittima e carnefice, i veli dell’apparenza rischiano di cadere, rivelando le terribili verità del cuore. Come la scena al fiume, magnifica di una sensualità triste e ferita. Sangue, bestiame morente, conigli squartati, ma la vulnerabilità, la lacerazione più grande è nel profondo di Phil. Dietro la corazza, una fragilità mortale, incapace di prevedere la direzione dalla quale giungerà il colpo fatale.

Jane Campion, regista fortemente associata all’indagine di personaggi femminili – spesso indimenticabili: Janet/Kerry Fox in Un angelo alla mia tavola o Ada/Holly Hunter in Lezioni di piano – sorprende in potenza al servizio di una storia profondamente maschile tanto nei temi quanto nei turbamenti. Vivisezione a cuore aperto fra le spire di una mascolinità ambigua, che Campion sa comprendere e restituire con una ruvidità senza sconti, unica nella sua commistione di lirismo, erotismo e violenza. Quel che emerge è l’altopiano di una tremenda solitudine, un bisogno d’amore che devasta anche i cuori – maschili – più insospettabili. Sul crinale di una sessualità repressa in cui lo spettro omoerotico è sempre e solo evocato, mai realizzato, il film trattiene costantemente le sue emozioni, sempre sull’orlo di eruttare, sempre zittite ma sempre provocate (titillate anche dai misteriosi archi della colonna sonora a firma Jonny Greenwood). Campion le incita e poi le blocca, intrappolando consapevolmente i segreti e le verità nascoste dei personaggi negli ingranaggi di un grande schema modernista, una grande narrazione che, dopo aver cambiato fuoco e prospettiva più volte nel corso della storia, arriva ad un punto finale che non libera, bensì chiude, frustra e soffoca. Un meccanismo perfettamente coerente con l’idea stessa di questa mascolinità asfissiante che nella morsa di ferro della sua rigidità finisce per uccidere se stessa e avvelenare il mondo.

Il potere del cane è in fondo un film di vendette mute e incrociate, una guerra combattuta nel perimetro triangolare fra le menti di  Phil, Rose e Peter, dentro uno schema nel quale i personaggi si manipolano l’un l’altro fino all’inintelligibilità dei veri sentimenti che li guidano. Gli attori – grandissimi, Benedict Cumberbatch e Kirsten Dunst in testa – donano carne e abisso a personaggi di grande complessità psicologica. E non è probabilmente casuale che George, co-protagonista nei primi atti del film, sparisca poi parzialmente dall’intreccio, come accantonato dalla storia, forse proprio in virtù della sua fondamentale bontà d’animo. È il mondo dei cattivi, o meglio degli ambigui, che dirige la narrazione, sono i silenzi degli altri. Non solo la repressione malata di Phil né la doppiezza di Peter, ma anche – e forse soprattutto – l’isteria malinconica di Rose, la vedova innocente che si trasforma in una ricca mandriana borghese, depressa e alcolizzata, che usa il suo dolore in maniera strumentale per l’eliminazione del nemico e per tenere attorno a sé solo le persone che ha deciso di amare: la vita le ha già portato via un marito, non permetterà che le venga sottratto anche il figlio. Rose è un corpo parassita che entra nel ranch dei fratelli, lo colonizza con il suo dolore e lo infetta fino alla morte dell’organismo originale, Phil, ucciso per mano di un altro uomo, solo più sfuggente e sottile, che non lo affronta con pugni e pistole, ma mirando consapevolmente alla ferità più nascosta, alla ferita più aperta.