Drammatico

IL PIU’ BEL GIORNO DELLA MIA VITA

TRAMA

Una madre e i suoi tre figli, alle prese con le loro differenti identità sentimentali e sessuali, si confrontano fra un pranzo domenicale e una telefonata, fra un cappuccino al bar e una corsa in automobile.

RECENSIONI

L’amore e altri disastri, raccontati con grazia e fermezza di polso, attraverso stile asciutto che ricorda molto il cinema d’oltralpe e che lascia poco spazio alle interpretazioni, ma che invita lo spettatore a sentire piuttosto che a pensare. I personaggi della Comencini siamo noi, con le nostre fragilità tutte umane, scrutati attentamente dalla macchina da presa (o da una videocamera guidata da una mano d’infante – vedi il finale) ma illuminati da una luce benevola e, se non rassicurante, almeno comprensiva. Fa capolino il cattolicesimo, che grava pesantemente sull’educazione di tutti i personaggi, dalla madre-patriarca divisa fra il suo amore e la morale, alla bimba pronta per la prima comunione, immersa nelle sue preghiere tanto consolatorie quanto inquietanti, timorata di Dio quanto sospettosa nei suoi confronti. Ogni ritratto è incompleto o mutilo: la Nonna è quasi una reclusa, privata dalla vedovanza della figura maschile, e dal tempo che passa dei figli ormai cresciuti e troppo indaffarati per fermarsi a leggere nella sua solitudine; la figlia maggiore – vedova a sua volta – che è ansiosa e ansiogena, vive nel ricordo del marito scomparso prematuramente, e alleva un figlio ricco d’amore ma incapace di donarlo. La figlia di mezzo, sposata e madre di una ragazzina adolescente – alle prime esperienze amorose – e della bimba attraverso il cui sguardo vediamo l’intera famiglia, è invece in bilico fra il marito (privato della sua sessualità) e l’amante (privato invece del suo sentire); il figlio minore, in conflitto con la sua educazione, è privato della comprensione della madre, alla quale non riesce a confessare – o a far accettare – la sua omosessualità.
L’intreccio delicatamente morboso fra queste figure umane è tratteggiato con sapienza, anche se la Comencini non rinuncia al movimento, che ben si accompagna con i toni leggermente ironici e da commedia di tutta la vicenda. Ma se a volte le soluzioni stilistiche sono fresche e indovinate – non originali certo, ma non si può sempre avere tutto – altre volte sono meno felici e disturbano un po’ la visione, attirando l’attenzione proprio quando non dovrebbero. Due sono le scelte che meno si accordano con i toni lievi della pellicola: la ridondanza dei filmini di famiglia, che esibiscono impietosamente quello che l’immaginazione dello spettatore genera indipendentemente, finendo quindi col disturbare piuttosto che con l’esemplificare e chiarire; e poi c’è la maschera di Ricky Tognazzi, che non riesce ad essere efficace quanto la sua voce – giustamente morbida e avvolgente, come ci si aspetta che sia una voce nella notte – specialmente nella video-confessione, in cui è impietosamente in controcampo con Margherita Buy, la quale viceversa è sempre più efficace nei ruoli ricchi di nevrosi e frustrazioni.

Ci sono dei giorni e delle notti, e delle circostanze in cui viene da pensare che Woody Allen dovrebbe chiedere scusa al pubblico internazionale per avere indirettamente alimentato un’idea sbocciata dalle menti di molti (non più) giovani colleghi; costoro credono che sia sufficiente assembrare un buon numero di consanguinei, afflitti da sfighe e nevrosi varie, in un ristretto arco spazio-temporale (meglio se sono due/tre riunioni conviviali ben distanziate, in modo da enfatizzare lo “sviluppo dinamico”, o presunto tale, dei caratteri) per realizzare una grande tragicommedia contemporanea.
Una riunione di parenti serpenti può divenire un dramma giocoso dei (ri)sentimenti, a patto che le invitate d’onore alla “festa in famiglia” siano una sceneggiatura di ferro e una regia millimetrica, invisibile e al tempo stesso inflessibile. È quello che manca in questo serraglio di stereotipi, che non affronta il tema della famiglia come epicentro dei sismi psichici, ma si limita a girarvi attorno, timoroso, o incapace, di oltrepassare lo specchio del buonismo.
L’eterna ripetitività dei comportamenti umani (i figli bissano gli errori dei genitori, i nipoti quelli dei figli e così via, presumibilmente fino alla terza o quarta generazione biblica, dopo di che il buon Dio, convitato di pietra di tutta la faccenda, avrà la bontà di cambiare almeno lato del disco) dovrebbe giustificare una narrazione in cui tutto è copiato (male) dai soliti noti (Bergman, Allen, Resnais, e mettiamoci anche Lelouch), prevedibile (come intreccio, dialoghi, messinscena), abborracciato: ogni dettaglio, dai caratteri agli ambienti, dalle contraddizioni alle esitazioni, risulta (pre)confezionato con grande senso del décor e nulla capacità introspettiva o, più banalmente, emotiva.
“Il più bel giorno della mia vita” è una riflessione metafisica, metacinematografica e fotogenica sul sorriso isterico di Margherita Buy, sulla rugosa maestà di Virna Lisi, sul fascino (ac)cerchiato di Sandra Ceccarelli, su quanto è bella Roma quando è notte. La cinefilia è piuttosto cinofilia, il dialogo è da fotoromanzo, le trovate (filmini e visioni) sanno di muffa, la patina di anticonformismo è quanto di più sconsolante la regista potesse escogitare. E la recitazione (specie quella dei signori, con l’eccezione solo parziale di Jean-Hugues Anglade) è quasi un crimine.
All’inizio del millennio le buone (?) cose di pessimo gusto sono ancora qui, e qui rimarranno, temiamo, ancora per un pezzo.