Drammatico

IL PECCATO

TRAMA

La vita di Michelangelo Buonarroti.

RECENSIONI

Andrey Konchalovskiy affronta Michelangelo Buonarroti in una coproduzione italo-russa: «Non voglio vedere ritratti nell’inquadratura, ho bisogno di gente con abiti sporchi, pieni di sudore, vomito e saliva», afferma in premessa. Così costruisce un Cinquecento in 4:3 con lo scenografo Maurizio Sabatini: sfondi aspri e inospitali, terra e sangue, un post-Medioevo degradato dove l’artista non rifulge ma è un uomo comune, con vestiti poveri e unghie spezzate. Per lo storico dell’arte Antonio Forcellino, infatti, Konchalovskiy «ha frantumato il finto universo rinascimentale inventato dal cinema e dalle serie Tv». In questo scenario si muove Michelangelo, scultore all’epoca della commissione, stretto a metà tra due famiglie e due Papi, i Della Rovere e i Medici: l’artista vuole rivolgersi verso l’alto ma ricade puntualmente a terra, costretto a sopravvivere nelle commesse, sfruttato sia all’interno (dalla propria famiglia) sia all’esterno (dai Papi “terreni”). Il peccato del titolo è quindi non adattarsi al suo tempo, essere autonomo, sfuggire tra le maglie del secolo: egli non rispetta gli accordi perché le opere non hanno fine né può decretarla un padrone, laddove la sua arte si dispiega libera e senza scadenze, e il denaro dei nobili è solo il pretesto per realizzare una Volta Sistina.
Il regista, con la sceneggiatrice Elena Kiseleva, la stessa di Paradise, cade però in contraddizione: da una parte la sua estetica si presenta come antiretorica, tra impiccati per strada, prostitute, poveri e disagiati, inseguendo perfino l'ipotesi di Medioevo inventata da Aleksej German; dall’altra il racconto chiarisce e puntualizza, espone continuamente il ruolo dell’artista e il suo conflitto col tempo, esplicita la parabola del “genio sporco” Michelangelo per bocca sua o di altri («Volevo trovare Dio, ho trovato soltanto l’uomo»). Pretende di allestire ma in realtà dice. Dentro questo problematico kolossal da esportazione un ulteriore elemento di evidenza viene affidato all’interpretazione di Alberto Testone, artista sempre infangato, pronto a gridare di rabbia o andare in estasi: è il corpo naturale per sostenere la metafora centrale dell’enorme blocco di marmo, concretazione del gigantismo della scultura che provoca un morto sul lavoro, d’altronde l’arte nasce (anche) dalla sofferenza.
Konchalovskiy, per la verità, gira un paio di sequenze mirabili che confermano la perizia del suo formalismo: la morte di Papa Giulio II, incorniciato nel letto e mosso dal vento, e la scena notturna nel castello dei Malaspina, a lume di candela, scandita da un gioco di luci e ombre “magico” e quasi deoliveiriano. Ma anche così il suo film resta prolisso e macchinoso, offre l’ennesima variazione sul biopic di artista inquieto, che divulga e incensa il protagonista e per farlo rimesta sul terreno del noto e del previsto.