Carcerario, Drammatico

IL MIGLIO VERDE

Titolo OriginaleThe Green Mile
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1999
Durata188'
Sceneggiatura
Tratto dadall'omonimo romanzo di Stephen King
Scenografia

TRAMA

1932. Penitenziario di Cold Mountain. Nel braccio “E” del carcere vengono rinchiusi i prigionieri in attesa di finire sulla sedia elettrica: tre celle per parete separate da un corridoio in linoleum verde, detto “Il Miglio Verde”, che dista 60 passi dalla stanza dell’esecuzione. Quando un giorno vi viene rinchiuso un enorme nero, l’apparentemente mite John Coffey, condannato per aver massacrato due bambine, il monotono corso della vita del braccio viene sconvolto da strane e inspiegabili guarigioni operate dal nuovo arrivato. Dopo l’iniziale sconcerto, il capo-reparto Paul Edgecombe tenta l’azzardo di portarlo dalla moglie del direttore del carcere, malata di tumore…

RECENSIONI

Frank Darabont alza il tiro: dopo averci sorpreso e spiazzato con "Le Ali della Libertà", suo lungometraggio d'esordio, che illudeva lo spettatore di trovarsi di fronte il solito film di denuncia sulle carceri americane, per poi trasformarsi in uno sfavillante action-thriller, il regista si presenta al suo secondo film ancora con una storia di ambiente carcerario e ancora  tratta da Stephen King, ma che punta molto più in alto, forse troppo. Non tutti possono permettersi di passare dal registro (melo)drammatico a quello grottesco e di sviluppare un impianto narrativo che si trasforma da iperrealista a surreale, con un'efficacia pari alla difficoltà dell'impresa. Eppure Frank Darabont mostra un talento registico veramente notevole, paradossalmente ancora più palpabile che nel su citato film d'esordio. Lentissimi carrelli nel "miglio verde" che ne scandagliano ogni angolo; primi piani sui volti dei detenuti a metà tra la vita e la morte, tra la coscienza e la follia; l'entrata nel braccio della morte di un uomo "decapitato" suggestivamente dall'inquadratura per metterne in risalto l'enormità e, proletticamente, un'altra "dimensione", l'avvincente flashback nel flashback in un crescendo di suspense della cattura di Coffey che ha la faccia dell'"Urlo" di Munch mentre tiene tra le grosse braccia, come bambole di pezza, due piccoli corpi straziati; la prima scena di surrealismo "totale" che scompagina l'andamento tradizionale della narrazione: la guarigione "soprannaturale" dell'infezione urinaria di Hanks-Edgecomb, una sequenza che non può non far venire in mente il cinema di Michael Powell. Ciò che maggiormente impressiona è la perfetta messa in scena dell'ambiente carcerario, carrelli all'indietro o in avanti che "annunciano" l'entrata ortogonale dei carcerieri, il tutto in uno spazio vuoto delimitato da griglie, quasi come un quadro di Mondrian. Le perplessità sono di tutt'altro carattere: il  surrealismo scaturito dalle capacità taumaturgiche di Coffey è più vicino al fantasy che alla metafisica e mal si adatta al registro drammatico che accompagna gli elementi fondamentali della storia, la vita, la morte, la giustizia. Precedenti illustri, da Powell, a Weir, allo stesso Von Trier stanno a dimostrare come e quando è efficace l'abbinamento dramma-soprannaturale. A parte questo, grosse sono le carenze a livello di sceneggiatura e di caratterizzazione dei personaggi. E' ad esempio inspiegabile il comportamento della moglie del responsabile del penitenziario dopo che è stata appena guarita dall'uomo nero dal suo tumore al cervello: nell'immediato è confusa e non sa neanche di avere il male dentro di sé; dopo pochi secondi dona, ampollosamente riconoscente, una collanina al guaritore (come l'ha capito?) Oppure il suggestivo ma un po' pretestuoso ultimo desiderio di Coffey di vedere per la prima volta un film ("Cappello a Cilindro" di Sandrich) prima dell'esecuzione, mezzo un po' deboluccio di raccordare il presente nell'ospizio con il passato che ritorna prepotentemente, nonostante la sequenza mostrata sia la paradisiaca danza tra Fred Astaire e Ginger Rogers, quasi un desiderio irrealizzabile piuttosto che un ricordo vissuto. Ma ciò che è piuttosto disturbante è il manicheismo sistematico che permea tutta la pellicola: non è credibile, se non nelle parentesi grottesche, la cattiveria smisurata dell'arrivista Percy; irrealistica l'umanità compassionevole del resto dei secondini (che solo nella "leggerezza" di Tom Hanks appare plausibile), non giustificata a sufficienza dal tentativo di smorzare la tensione tra i disperati in attesa dell'esecuzione; le parole di odio pronunciate dai familiari delle vittime sono caricate fino al ridicolo; stucchevoli e di imbarazzante ingenuità le frasi di Coffey su quanto sono buoni i buoni e quanto sono malvagi i malvagi che, ripetiamo, sarebbero accettabili in un contesto favolistico ma non in uno scenario di così alto tono drammatico.
Le tematiche affrontate sono molteplici e spesso intrecciate, come l'impossibilità dell'uomo di accettare la morte ma nello stesso tempo la sua scelta di farsene portatore; l'insostenibilità della visione della sofferenza che accompagna la morte più che della morte stessa; la falsa rappresentazione della realtà da parte dell'uomo e di riflesso della giustizia, in quanto basata sull'assunto errato dell'"infallibilità" della logica e della ragione. Ma soprattutto (e questo è l'aspetto più ambiguo di tutta la storia) viene a galla una domanda inquietante dopo che Coffey si rivela non solo un "guaritore" ma un angelo vendicatore: è giusto che una giustizia "perfetta" soprannaturale si sostituisca a quella imperfetta terrena applicando sulla Terra stessa, la  legge del "dente per dente" che la seconda applica "male"? Forse Darabont (King?) ci vuole dire che la pena di morte è sbagliata solo perché punisce spesso le "vittime" della società, o i colpevoli pentiti o addirittura gli incolpevoli, e non perché risponde all'assassinio con l'assassinio? Accantonando interdetti una possibile deludente risposta e pieni di rimpianto per l'occasione sprecata di fare un gran film, ammiriamo convinti l'epilogo della storia dopo il lunghissimo flashback quando il vecchio Edgecombe rivelerà la punizione inflitta per essere stato costretto a portare comunque sulla sedia elettrica l'incolpevole "giustiziere": come per una legge del contrappasso sarà costretto a vivere molto a lungo, non in eterno, ma quanto basta per desiderare infine la morte tanto quanto Coffey, in rappresentanza di tutti i condannati a morte, ha desiderato fino all'ultimo di restare nel miglio verde della vita, miglio verde per alcuni interminabile, per altri lo spazio di un passo, ma che per tutti ha ineluttabilmente un termine.

Le Ali della Libertà atto II°. Ancora un racconto di Stephen King in stile "Weird Tales" (il fumetto letto da un detenuto), ambientato nel passato e in una prigione, vissuto nella memoria, fra esseri la cui anima vola libera nonostante le sbarre, il male commesso, e vive di sogni e di stupori come al cinema, di fronte alla divina visione di Fred Astaire e Ginger Rogers danzanti. Darabont ci copre ancora di speranza, malinconia e commozione, cavalcando una trama "cristologica", dove si reitera il gran peccato dell'umanità, assassina del proprio Salvatore, persuasa della sua malvagità. Una favola "nera" in cui l'orco si tramuta in gigante buono, atterrito dal peso del Male del Mondo, e dove il Giuda di turno (un Hanks superlativo, che l'anno prima aveva voluto Darabont per dirigere un episodio della sua miniserie tv "Dalla Terra alla Luna") è condannato a vedere morire gli altri, nell'attesa angosciante della propria fine come un uomo nel braccio della morte, nel "miglio verde". E' la carica umana della pellicola ad impressionare favorevolmente: Darabont privilegia i profili psicologici attraenti/distintivi delle personalità (c'è anche L’Uomo di Alcatraz 2, con il topolino al posto degli uccelli), la cui simpatica bizzarria discolpa dagli accenti iperbolici (soprattutto nei "malvagi": Billy the Kid e la guardia raccomandata). Ma non manca di sussurrare riflessioni più "impegnative": quando Cromwell afferma "Come dire a mia moglie che sta per morire?" crea un parallelo con il cruccio che ha Hanks nei confronti dei "morti che camminano"; condanna il razzismo radicato nel Sud, il sadismo degli spettatori della morte, costretti a fuggire per l'olezzo della carne bruciata; rinviene barlumi di umanità nei soggetti più pericolosi. La sua sceneggiatura impreziosisce senz'altro il più superficiale racconto di King, ma non è abbastanza accorta da eliminare la parte finale (quella nel presente, sulla semi-immortalità), che spezza l'incanto di eventi miracolosi ma "credibili", trasportando nel territorio della fantascienza.