Avventura, Fantasy

IL LADRO DI BAGDAD

Titolo OriginaleThe Thief of Bagdad
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione1940
Durata109'

TRAMA

Da una novella de “Le mille e una notte”, la storia del defraudato e cieco Ahmad, della principessa da lui amata ma promessa in sposa al tiranno Jaffar e del ladruncolo Abu, amico del principe che libera, su di una spiaggia, il Genio imprigionato nella lampada.

RECENSIONI

Un trionfo di colori, magie, effetti speciali in quella che forse è la migliore versione della celebre fiaba orientale assieme a quella "muta" di Raul Walsh. Realizzata da un terzetto di autori (Powell, Berger e Whelan) negli anni in cui il cinema inglese non badava a spese pur di rivaleggiare col cinema americano, l'opera, per le invenzioni, per l'intelligenza profusa nelle scelte per la delicata trasposizione sullo schermo di un testo così conosciuto e "immaginato", per le scenografie barocche e deliranti oltre il kitsch, per la decisione di fare della storia d'amore il fulcro della narrazione, può essere considerata pienamente aderente alla poetica del meraviglioso e del sublime powelliano. La personalità dell'autore di Scarpette rosse e Scala al paradiso traspare appieno in questo rutilante melò esotico e fiabesco in cui i protagonisti si amano contro tutto e tutti, al di là della vita e della morte. Il regista sceglie ancora uno spazio "altro" in cui ambientare questa nuova storia di amore assoluto: qui un oriente di cartapesta, fittizio, da operetta, violento e minaccioso, colorato e sublime, magico e sensuale. In altri film, altri luoghi, trasfigurati anche quando reali: le montagne sperdute d'oriente (Narciso nero), le selvagge coste della Cornovaglia ("So dove vado"), le strade dei pellegrini che conducono a Canterbury (Un racconto di Canterbury), il palcoscenico (luogo "altro" di luoghi "altri", in Scarpette rosse), perfino il paradiso (in Scala al Paradiso). Powell, più che in altri film, forse per la natura stessa del soggetto, si lascia anche prendere dal puro piacere del racconto e dimostra, aiutato dai "tecnici" Berger e Whelan, di sapersela cavare egregiamente anche con l'avventura (memorabile il viaggio del ladruncolo alla ricerca della pietra misteriosa, dell'"occhio onnivedente", sublime inserto metafilmico quale metafora dell'ubiquità del cinema,). Un indimenticabile viaggio in un regno in cui il Genio del gigantesco, in tutti i sensi, Rex Ingram può esaudire i desideri; in cui domina il terribile Jaffar di Conrad Veidt, figura cui l'inglese Powell dona, anacronisticamente, sfumature shakespeariane; in cui il piccolo indiano Sabu, attore che per anni ha arricchito, con un tocco di esoticità, il cinema europeo, può lottare con un ragno gigantesco come il microscopico protagonista di Radiazioni BX e volare su di un tappeto là dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno.

Un classico del cinema fantastico premiato con l’Oscar ai trucchi, alla fotografia a colori e alla scenografia. Sotto l’egida della London film di Alexander Korda, tre registi sono stati chiamati a dirigere questo racconto da “Mille e una notte” con geni e lampade, tappeti volanti e magie nere, incantesimi e terribili pericoli, principesse e trionfo dell’amore e dell’amicizia contro la malvagità dell’uomo, esaltando la credenza nell’impossibile e nelle profezie. Che il vero autore sia Michael Powell è desumibile da certi tratti distintivi del suo cinema, l’uso espressivo del colore, gli inventivi movimenti di macchina da presa, l’arte della ricostruzione fiabesca in studio e la voglia di musical: ma questa “fantasia araba” in un magnifico technicolor gode dell’apporto di molti altri talenti, dalle splendide ricostruzioni scenografiche di Vincent Korda (a dir il vero qualche fondale è sin troppo artificioso) alla stessa supervisione produttiva del fratello Alexander, uno dei pochi al mondo che riuscì a battere sul suo terreno, per impegno e fasto, il cinema hollywoodiano. Anche se Powell dichiarò che si limitò a dirigere i provini, secondo molti Ludwig Berger avrebbe diretto anche gli intermezzi sentimentali (il lavoro più accademico), mentre Tim Whelan affiancò Powell nelle scene d’azione: certi carrelli fanno un baffo a tutti i dolly e le steadycam a seguire. Poi ci sono Charles Crichton (futuro regista di culto della Ealing) al montaggio, William Cameron Menzies (scenografo della precedente versione muta di Raoul Walsh, in fin dei conti più riuscita e con cui ha poco a che fare, se non nella meraviglia degli effetti speciali) e Zoltan Korda come produttori associati e registi della sequenza nel canyon e la rinomata scuola di trucchi inglese, che preferisce la tecnica dei trasparenti, qua ingenua e deperibile, là da antologia nelle scene con il grasso genio di Rex Ingram e in quelle del duello con il ragno gigante nella statua della dea. Ottimo spettacolo per i piccini, alla larga i pretenziosi, curiosità per i cinefili.