Drammatico

IL LABIRINTO DEL SILENZIO

Titolo OriginaleIm Labyrinth des Schweigens
NazioneGermania
Anno Produzione2014
Durata124'
Scenografia

TRAMA

Germania 1958. Johann Radmann è stato nominato Pubblico Ministero e, come tutti i novizi, si deve accontentare di occuparsi dei verbali automobilistici. Un giorno, il giornalista Thomas Gnielka causa un gran trambusto in tribunale perché un suo amico ha riconosciuto in un insegnante una ex guardia di Auschwitz. Contro il volere del suo diretto superiore, Radmann inizia a esaminare il caso e decide di mettersi alla ricerca della verità. Molti gli ostacoli che incontrerà sul suo cammino.

RECENSIONI

Ci sono film in cui il 'cosa' si mangia il 'come'. Storie la cui forza supera le potenzialità del mezzo utilizzato per trasporle. È il caso dell'opera prima di Giulio Ricciarelli, italiano di nascita ma tedesco di adozione, che dopo avere diretto alcuni corti e interpretato ruoli per cinema e televisione, debutta come regista con un soggetto esplosivo. Il film racconta infatti un periodo poco conosciuto della Germania, quello degli anni '50, in cui il boom economico e un ritrovato ottimismo rendevano inopportuna la memoria di un passato scomodo, impossibile da dimenticare eppure difficile da ricordare. Il maggior pregio del film di Ricciarelli è proprio nelle intenzioni, nel volere attraversare l'orrore del nazismo senza sconti, unica via per poter davvero rinascere e guardare al futuro con speranza, lucidità e consapevolezza. Se il processo di Norimberga, cominciato nel 1945, aveva condannato i gerarchi nazisti attraverso una corte formata dalle potenze militari ed economiche internazionali del tempo, quello di Francoforte, punto di arrivo del lungometraggio, ebbe luogo dal 1963 al 1965 con una corte composta da giudici tedeschi e si occupò di chi aveva avuto un ruolo di rilievo nei campi di concentramento di Auschwitz ma ne era uscito impunito, tornando alla sua placida quotidianità di panettiere o maestro elementare.

Ricciarelli sonda proprio come si riuscì a giungere a questo faticoso traguardo che rappresentò la prima vera occasione di un confronto senza ipocrisie all’interno della Germania, con i tedeschi obbligati a confrontarsi con i propri fantasmi giudicando altri tedeschi. Se tutto ciò appassiona, e apre pozzi senza fondo sugli abissi umani, il modo in cui è raccontato non brilla per incisività. Il regista non si perde in fronzoli e bada al sodo, ma tutto suona un po’ posticcio, dai costumi che paiono divise linde e ordinate cucite addosso ai personaggi, alle scenografie retrò, fino alla recitazione, piuttosto manierata, e alla scansione delle immagini, in progressione lineare e impaginazione da fiction tv. Il tentativo di alleggerire la tematica, poi, cade nel vuoto, perché la fragile liason del protagonista e le poche note personali che trapelano al di là dei fatti mal si amalgamano con la drammaticità del narrato. Non aiuta in questo senso la sceneggiatura. Se, infatti, l’obiettivo di non lasciare punti oscuri è raggiunto, e si percepisce il lungo lavoro di ricerca sotteso, ci si trova però davanti a personaggi che anziché comunicare tra di loro parlano allo spettatore, spiegando svolte e stati d’animo. La mancanza di carne e sangue determina un inevitabile e crescente senso di distacco che conferma la sensazione di un film piegato al messaggio importante che vuole veicolare.