Fantasy

IL GRANDE E POTENTE OZ

Titolo OriginaleOz: the Great and the Powerful
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2013
Genere
Durata130'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia
Costumi

TRAMA

Oscar Diggs, un prestigiatore dongiovannesco e imbroglione, si ritrova nel fantastico mondo di Oz, dove viene “scambiato” per l’eponimo mago…

RECENSIONI

A nessuno sfugge la portata teorica del nuovo film di Raimi. Il grande e potente Oz, dialogando con Il mago di Oz di Fleming (del quale rappresenta un prequel), riflette sulla storia di un classico, sulla storia del cinema, sul cinema come tecnica e come magia, sul senso stesso del suo riflettere e sul suo autore. Il solito gioco di specchi, insomma. Con molti riflessi, sdoppiamenti, distorsioni. Si parte con un 4/3 thirties virato al seppia, già contaminato. E’ ovviamente un prologo esplicativo: si omaggia il cinema dell’epoca mentre si omaggia quel film specifico (già di suo bipartito: b/n-colore), contaminando il vintage con l’hic et nunc dell’intrattenimento da multisala (il 3D ingabbiato nell’aspect ratio d’altri tempi che evade, letteralmente, i limiti del quadro). Nel prosieguo si gettano altre basi autoreferenziali, citando i due numi tutelari dell’illusionista Oz, ovvio doppio traslato di Sam Raimi, che indica il proprio exemplum e insieme optimum in una miscela tra Houdini (leggi anche Cinema come Magia, ossia Méliès, nella vulgata dicotomica degli albori della settima arte) e Thomas Edison (Cinema come Tecnica, vulgatamente parlando, i fratelli Lumière).

Esaurita la dichiarazione di po(i)etica, dopo altri rimandi e citazioni letterali dal film del ’39, ci si trasferisce nel regno di Oz. Come nel film di Fleming, il passaggio è segnato dalla virata cromatica seppia / colore, qui risolta con minore inventiva e minor classe: là era l’apertura di una porta che spalancava a Dorothy la “nuova” magnificenza visiva, con sapiente gestione degli sguardi (la soggettiva metaforica diventava, nell’esatto momento della rivelazione, una soggettiva propriamente detta – il suo stupore è anche il nostro – per tornare immediatamente oggettiva, riposizionando lo spettatore in sala di fronte al film rinnovato); Raimi si limita a un lento, progressivo allargamento del quadro (a sguardo comunque condiviso) e contemporanea policromatizzazione, su parossistico sfarzo digitale. Ma non è la stessa cosa. Sfarzo digitale che, tra l’altro, vede protagonista lo stesso scenografo di Avatar che conferma di essere cresciuto a pane e Roger Dean. Sfarzo digitale che, comunque, non si dimentica del suo referente e fa di tutto per palesare la propria natura finzionale, riproducendo concettualmente i fondali dipinti, cartooneschi, “falsi” del Mago di Oz originale.

Da qui in poi, Raimi smarrisce un po' i suoi svolazzi metadiscorsivi e si concentra - ahinoi - su una 'storia' mal scritta e mal raccontata, tra marchi di fabbrica autoriali (un certo gusto per l'illusionismo visivo e il virtuosismo fatto di angoli inusuali e movimenti di macchina impossibili) e nuove citazioni letterali (Mila Kunis streghizzata è identica alla sua passata/futura incarnazione, Margaret Hamilton). E si ritrova solo verso la fine, quando può tematizzare e dare consistenza pratica/teorica al discorso sul cinema, dato che sarà proprio una macchina protocinematografica edison-iana (già arricchita da proto-occhialini 3D, nuova strizzata d'occhio allo spettatore cineplex) a togliere le castagne dal fuoco, a trasformare Oz nel/in un Mago e a traghettare Il grande e potente Oz nel futuro/passato, ossia 74 anni fa, all'immagine distorta di Frank Morgan proiettata su uno schermo (nello schermo) di fumo.

Tutto è però troppo Disney in senso parzialmente deteriore, ossia chiaro, esplicito, rassicurante. Questa Hollywood che parla di sé suona anche sincera (cfr. lo Scorsese di Hugo Cabret) ma, seriamente parlando, diciamo(lo), non interessantissima. Al netto dell’indubbio merito di spalancare le porte del metacinema a un pubblico generalista, anche giovane e giovanissimo, magari poco avvezzo a interrogarsi su cosa sta guardando e cosa ci fa, esattamente, lì, seduto su quella poltroncina. Merito non da poco, che ci facciamo piacere volentieri. Ci facciamo piacere molto meno, però, il livello di lettura base dell’operazione, il grado zero. Che è un po’ una palla. Il film di Raimi riproduce, gli concediamo, intenzionalmente la stessa ingenuità di Fleming [streghe buone, streghe cattive, buoni(ssimi) sentimenti], che però è ormai sedimentata e nobilitata da decenni di Storia del Cinema, fin troppo benevola con Il Mago di Oz. E che qui suona, invece, semplicemente fredda, artificiale, oltre che fuori tempo massimo. Con uno script che sicuramente non aiuta, pieno com’è di tempi morti e falle, del tutto inidoneo a sostenere 130 minuti di pellicola. Torna alla mente la didascalia (molto onesta e autoconsapevole) che apriva il Il Mago di Oz, nel 1939: “For nearly forty years this story has given faithful service to the young at heart; and time has been powerless to put its kindly philosophy out of fashion. To those of you who have been faithful to it, in return… and to the young in heart… we dedicate this picture”. Ecco, diciamo che per Il grande e potente Oz questa youngness in heart (vera, simulata o autoimposta) è conditio sine qua non. A tutti i livelli.