Documentario

IL GESTO DELLE MANI

NazioneItalia
Anno Produzione2015
Durata77’
Sceneggiatura

TRAMA

Il film segue il processo di creazione di una scultura di Velasco Vitali dalla cera al bronzo smaltato, alla Fonderia Artistica Battaglia di Milano. La cinepresa osserva il lavoro di un gruppo di abili artigiani in questa fonderia centenaria e rivela le antiche tradizioni della scultura in bronzo, mai cambiate dal sesto secolo avanti Cristo.

RECENSIONI


Il gesto delle mani è sempre uguale a se stesso. Dagli anni ’10 a oggi la lavorazione del bronzo non cambia: gli artigiani non solo adottano la medesima tecnica, ma assumono la stessa postura, impartiscono lo stesso tocco. Il montaggio alternato tra le riprese di repertorio del 1960 e le sequenze contemporanee mostra l’immutabilità del processo di creazione artistica, che può tramandarsi solo identico nel tempo. A cambiare è la grana dell’immagine, dal bianco e nero al colore, non la sostanza dell’azione. Gli uomini della Fonderia Artistica Battaglia vengono seguiti senza parole, semplicemente mostrandoli: nel corso del loro pedinamento anche l’opera ci appare, all’inizio è uno scheletro rosso che gradualmente prende forma, ai nostri occhi, lasciando intravedere la sua essenza mentre passa per le varie fasi della lavorazione.
Il regista esordiente Francesco Clerici, premio Fipresci al Festival di Berlino, dimostra di avere uno sguardo: inquadra i lavoratori con entomologia wisemaniana, ottenendo riprese come risultato di appostamenti, osservando il “fatto” da molte angolazioni, e allo stesso tempo non nasconde la fatica dell’intervento artistico, mostrando lo sforzo sfiancante e gli artigiani avvolti nella polvere. Il film avanza senza presunzione, non puntualizza mai la centralità della fonderia, sintetizza il suo ruolo storico in poche oneste didascalie e preferisce restare in posizione di osservazione: come il restauratore di National Gallery, anche qui occorre un lungo impegno per un risultato apparentemente minimale, come modellare l’arto di un animale. E la stessa tenuta spetta all’inquadratura: l’atto ponderato, l’attenzione alla minuzia, la cura scientifica del dettaglio riscuotono così un effetto ipnotizzante in chi guarda. A fare da unica traccia poetica è il movimento delle mani umane, da una frase di Giacomo Manzù («La scultura è il gesto della mano») che si mantiene leitmotiv comunque lieve, dichiarato all’inizio e poi evocato solo dall’accostamento tra le immagini.
Il gesto delle mani intavola un dialogo fertile tra presente e passato, riflettendo implicitamente sulla conservazione, il resistere di una tradizione, orale come nell’antichità, indagando ciò che da ieri arriva nell’oggi: lo fa attraverso un’arte secolare, il cinema, che si propone come strumento per imprimere un’arte millenaria, la scultura. In segno di umiltà evita la costruzione di un colosso e si concentra su un’opera paradossalmente “minore”, la creazione di un cane di bronzo, che alla fine si mostra scultura completa e raggiunge altre simili, a suggerire la continuità di questa azione instancabile nello spazio e nel tempo.