IL FUTURO NON E’ SCRITTO – JOE STRUMMER

Titolo OriginaleJoe Strummer: the future is unwritten
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2007
Genere
  • 66993
Durata123'
Fotografia

TRAMA

La vita di Joe Strummer, leader dei Clash. Ma non solo.

RECENSIONI


Julien Temple, nome di punta della videomusica anni 80 (per tutti i suoi lavori: la miniopera video Jazzin’ for Blue Jean per David Bowie e la patinata rivisitazione della Londra anni 50 di Absolute beginners – velleitario, ma con soundtrack superbo che consegnò agli annali, tra l’altro, l’ultimo, unanime classico del Duca Bianco -) con questo Il futuro non è scritto - Joe Strummer chiude un ideale cerchio aperto nel 1980 con La più grossa truffa del rock’n roll, documentario dedicato ai Sex Pistols (ma il suo primo corto, Sex Pistols number one, era già incentrato sul suo grande amore musicale, ancora riesaminato nel film del 2000 The Filth and the fury). Se quell’opera raccontava della nascita di una band, creata a tavolino da Malcom Mc Laren (una vera acrobazia situazionista), ma destinata a provocare un vero e proprio terremoto nella musica (con la pubblicazione di Never mind the bollocks, il loro unico album, in un solo istante il panorama musicale del periodo apparve obsoleto; quel disco, gettando una nuova luce su un’epoca, la effigiava: rimane il lavoro-emblema del punk), con questo documentario il regista approfondisce l’altro lato della medaglia, quello più profondo e consapevole dei Clash [1], un gruppo che, dietro la furibonda, rabbiosa intelaiatura sonora, ha sempre fatto trapelare una vena umana e idealistica generalmente assente nelle espressioni tipiche del movimento, alieno da quelle che, invece, sono presenze costanti nei lavori dei musicisti inglesi: l’impegno politico e sociale, la volontà di diffondere informazioni su vicende scomode e insabbiate, la speranza (dico: speranza) di un cambiamento.
E’ comunque limitativo vedere, in questo, semplicemente un film sulla parabola del gruppo, essendo, in realtà, imperniato sulla figura del suo leader carismatico, Joe Strummer (“strimpellatore”: la scelta dello pseudonimo artistico la dice lunga sul carattere del musicista) seguendone la vita: le origini (un padre diplomatico, sì, ma di estrema sinistra), l’adolescenza raminga, il dramma del fratello suicida, lo sbarco a Londra, l’amore per gli Stones, i primi gruppi (The Vultures e i 101’ers). Il racconto promana dalla sua stessa voce (Strummer condusse a lungo un programma radiofonico), quelle delle persone che lo conobbero (amici ed ex amici, compagni di strada, familiari, membri delle varie band – manca solo Simonon -), di ammiratori o collaboratori a vari progetti (Johnny Depp, Matt Dillon, John Cusack, Flea, Bono Vox, Jim Jarmush, Courtney Love, Steve Buscemi, Damien Hirst, Martin Scorsese etc) intervistati, per lo più, davanti a un falò, secondo quella filosofia del rito collettivo e del raduno che Strummer fino all’ultimo aveva professato (JS: La gente non ha mai un incontro così profondo come davanti ad un falò). Si unisce a questo il ricorso costante a filmati di repertorio, la geniale resa di alcune situazioni attraverso spezzoni di film che raccontano l’epoca dei fatti (si vede anche If… di Anderson), disegni animati, ricostruzioni.


Naturalmente il cuore del lavoro riguarda la decennale esperienza con i Clash [2], l’energia primordiale delle loro esibizioni live, la protesta sincera che animava le loro canzoni. Il film si rivela straordinariamente chiaro nel rendere il percorso artistico della band: quello che era un grido scomposto di una generazione, il verbo urlato di uno schifo che invadeva tutto, con i Clash si modula su tonalità ideologicamente più complesse e adulte e si sviluppa in una dimensione musicale (il loro album di esordio, The Clash, è, oggettivamente, una spanna sopra tutto quello che la scena punk aveva prodotto fino a quel momento) in cui la sfrenatezza punkettara conviveva con la garage e il rock classico e che troverà con la pietra miliare, il doppio London calling (1979), il suo apogeo: il timone fermo sulla melodia (se non sul pop) ma con quella ruvidezza anarcoide propria di chi intona ciascun verso come se fosse dettato dalla più impellente urgenza. Le virate ska, reggae e jazz (sì, proprio) già presenti in quel disco esploderanno nel successivo, triplo (ma venduto al prezzo di un doppio: il meccanismo commerciale si piegava alla propaganda, non viceversa) Sandinista!, laddove (il titolo lo dice) l’impegno politico si mescola con una ricerca musicale in cui commistione è la parola chiave. Il punk rimane la religione di fondo, ma non l’albero al quale impiccare le proprie aspirazioni creative, tanto che queste trentasei canzoni, che tanto disorientarono i fan, rappresentano ancora oggi, a quasi trent’anni di distanza, una stazione di passaggio obbligatorio per moltissimi artisti, più o meno di grido [3]. Quando esce Combat rock (la loro definitiva consacrazione commerciale - con le hit Rock the casbah e Shoud I stay or should I go -, ma segnata da un giocattolo già rotto: il loro geniale melting pot suona già calcolato e mostra la corda) i Clash diventano, anche se solo per una breve stagione, la rockband più importante del mondo. Tutto questo è narrato con puntualità, non attraverso una scaletta rigida e pedante, ma, piuttosto, sondando il versante personale e intimo dell’artista e delle delicate dinamiche del suo gruppo, un gruppo agitato da continue tensioni interne e dal ruolo decisivo (soprattutto in negativo) del manager Bernie Rhodes (presenza altalenante, come altre nel percorso della band), gruppo che testimonia, nel rispetto sostanziale delle scelte e della personalità di Strummer, anche il disagio, il rimpianto, la rabbia per la piega che presero gli avvenimenti. In effetti quello che sancisce davvero la riuscita del documentario è la sua mancanza di indulgenza nei confronti del protagonista: non si risparmiano dettagli sulla sua scontrosità, le fisime, gli orgogli ciechi, i dissidi con i suoi compagni segnati dalla necessità imperiosa della macchina Clash (una macchina idealizzata che non teneva conto di nulla: famiglia, amicizia, soldi) di procedere a ogni costo (ed ecco la band che si smembra lentamente ma inesorabilmente, album dopo album; quello di Mick Jones, vera mente musicale dei Clash, con una pugnalata alle spalle dello spietato leader, è l’ennesimo licenziamento della sua storia), le ombre e le inquietudini di una personalità controversa, che mostra un’etica cristallina e profonda sul piano politico, sociale, economico (il grosso successo, i soldi, la fama sono la causa dell’intimo dissidio che mette in crisi la sua visione limpida della missione musicale: se l’etica punk aveva eliminato ogni barriera tra pubblico e artista, tra platea e palco, il successo sconfinato, le vendite, il tour americano ne segnano l’inevitabile distanza: l’aura di intangibilità delle rockstar, da sempre evitata e derisa, investe la band come una malattia), ma che sul piano personale non è disposto a compromessi, non in nome della borghese correttezza o di un concetto buonista, per quanto generalmente condiviso, di amicizia. Lontano dalla celebrazione agiografica, il film scandaglia sempre con lo stesso scrupolo oggettivo anche la fase esistenziale successiva allo scioglimento del gruppo: l’epoca del disorientamento, la collaborazione con i Pogues (gruppo che deve moltissimo a Strummer & soci), l’infatuazione per la techno, l’esperienza delle colonne sonore, i lavori da attore (Mystery train di Jarmush, tra gli altri), la commovente esibizione con Mick Jones (intonano White riot ad una manifestazione), la ritrovata voglia di rimettersi in pista con la formazione di un nuovo gruppo, i Mescaleros, il progetto quasi realizzato di una reunion clashiana stroncato dall’improvvisa morte, a soli cinquant’anni, di un uomo complesso e puro che, nel momento di massimo successo della sua band, ebbe a dire: Non abbiamo grande talento, ma ce la mettiamo tutta.