Drammatico

IL FIGLIO PIÙ PICCOLO

TRAMA

Un immobiliarista sulla via del fallimento, con due figli che ha abbandonato insieme alla moglie il giorno del matrimonio, si lascia convincere dal commercialista a intestare il suo ingente debito al figlio minore, che non vede da anni e che invece stravede per lui…

RECENSIONI

Di Pupi Avati si dice che giri sempre lo stesso film: qualche scorcio di Bologna, un tuffo nella nostalgia, nodi familiari intricati risolti dando risalto alle mezzetinte, un'anima nera a incupire i sorrisi, un retrogusto spesso amarognolo, lo sdoganamento di volti noti in ruoli inconsueti e una discontinuità nella messa in scena, troppe volte in secondo piano rispetto alle svolte narrative. Al di là delle affermazioni un po' scontate e di routine (non è certo una novità che in campo artistico ogni pennellata concorra allo stesso quadro), un fondo di verità c'è e, in tal senso, Il figlio più piccolo, quarantesima regia di Avati, rientra pienamente nel filone. Bologna è quindi ancora sfondo di parte della vicenda, anche se la bolognesità è più in secondo piano rispetto ad altre opere del regista, la famiglia si conferma covo di rancori, non detti e incomprensioni, la nostalgia non è tanto nel bel tempo che fu (non esiste un prima rassicurante ma il conflitto è insito nella natura stessa dei personaggi), quanto nell'idea di un mondo, privato ma anche pubblico, lontano dai sotterfugi e utopicamente corretto. La tesi, dietro l'angolo, punta a prese di coscienza un po' semplicistiche attraverso il contrasto tra il cinismo di un padre profittatore, che sembra uscire dagli stralci di un quotidiano contemporaneo (fermandosi ai titoli cubitali, però), e il candore di un figlio, e di una madre, che invece non si capisce bene da dove possano uscire. Nonostante l'abuso di macchiette, Avati si dimostra più a suo agio nel sondare l'intimità sofferta dei personaggi piuttosto che le losche connivenze tra economia e politica, raccontate con eccesso di stereotipi e senza che l'approfondimento di dinamiche e strategie riesca minimamente a scalfire o a risultare credibile (le continue trovate per risolvere il disastro finanziario dell'immobiliarista corrotto hanno un crescendo quasi fumettistico). Curioso, poi, che i dettagli dei personaggi, spesso antitetici rispetto all'apparenza (quei sandali più volte in primo piano del cinico consigliere ex-seminarista, l'amore per lo splatter dell'ingenuo protagonista, la moglie remissiva in cui batte un cuore hippy) si limitino a stridere e poco aggiungano a una visione globale delle differenti sensibilità. Delude anche l'atteso utilizzo atipico di Christian De Sica (già diretto da Avati nel 1976 in Bordella) perché l'attore romano incarna la versione mortifera e misurata (quindi moscia) dell'industrialotto esagitato e cafone dei cine-panettoni a cui deve il successo. Colpisce di più la comparsata di Sydne Rome (o di quello che il chirurgo plastico di lei ha lasciato) a causa soprattutto di un personaggio inesistente. Il parco attori è comunque uno dei punti di forza della pellicola, grazie anche al carisma di Luca Zingaretti, alla docilità di Laura Morante (abbonata a personaggi frustrati ed emotivamente debordanti ma decisamente in parte) e alla spontaneità di Nicola Nocella. Ciò che però riduce l'impatto del film, oltre a una pacatezza che non riesce a tradursi in incisività, è ancora una volta la sciatteria diffusa, evidente nella poca cura del dettaglio, dell'inquadratura, di buona parte dell'apparato tecnico, con un picco nel terribile ri-doppiaggio che distrugge intere sequenze privandole di veracità (le sfuriate del figlio maggiore) e decoro (il fuori sincrono di alcune battute). La colonna sonora di Riz Ortolani gode di un bel motivo musicale, che potrebbe essere struggente e rimarcare il sentire dolente dei personaggi, ma non viene applicato in modo organico al tessuto narrativo, solo si fa sentire ogni tanto, sottolineando così il maggior difetto del film: l'approssimazione. Ragione per cui un dignitoso prodotto medio diventa, purtroppo, mediocre.