Commedia

IL DOTTOR T & LE DONNE

Titolo OriginaleDr. T and the women
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2000
Genere
Durata112'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Il Dottor Sullivan Travis (chiamato sinteticamente Dr. T) è un affermato ginecologo di Dallas, dove vive circondato da donne: l’amata moglie Kate, con problemi psicologici, la cognata Peggy con tre bambine, le due figlie di una prossima al matrimonio, l’assistente Carolyn. Il Dr. T comincia a trascorrere sempre più tempo al Golf Club dove conosce la simpatica e più pragmatica giocatrice professionista Bree.

RECENSIONI

Robert Altman dedica il film a tutte le donne del Texas e ribadisce, nella conferenza stampa veneziana, di non avere fatto un ritratto offensivo dell’universo femminile, ma di essersi limitato a registrare una realtà specifica e ben delimitata. Probabilmente Dallas non è il mondo, ma lo spettatore fatica a rendersene conto e il dubbio (potenza del cinema!) di una visione maschilista da parte del regista, non tarda a farsi sentire. Robert Altman definisce il fascinoso Doctor “T” come “uno che guarda le donne dalla parte sbagliata” e l’affermazione suona un po’ semplicistica, perché il bel Richard Gere protagonista, che ama talmente le donne da soffocarle di attenzioni, potrebbe anche (e questo nel film non viene neanche accennato) essere concentrato solo su se stesso. Poco approfondito anche il mondo in cui si muovono i personaggi, con dinamiche che portano gli uomini a lavorare in continuazione e le donne ad annoiarsi mortalmente e a sfogare ansie e frustrazioni nello shopping e nella depressione.
Forse l’errore è di voler considerare un personaggio cinematografico come simbolo della categoria a cui appartiene, per cui un uomo e una donna diventano “l’uomo” e “la donna” e tutte le donne urlanti, capricciose, bizzose, superficiali che movimentano la pellicola, rischiano di essere viste come l’emblema della donna universale secondo il regista.
Sta di fatto che una sensazione di imparzialità si fa sentire, anche se il film scorre leggero, divertito e imprevedibile, con l’ormai consueta abilità di Altman nel costruire in modo armonioso sequenze complesse, con quasi l’intero cast sullo schermo, e piani sequenza arditi, come quello iniziale, formidabile per ritmo e tecnica. Il progressivo estremismo di certe situazioni, anche se di divertente, rischia però di abituare lo spettatore, che pur non essendo in grado di prevedere gli eventi, si aspetta comunque reazioni sopra le righe. Ottimo il cast femminile e in parte, anche se con poca ironia, il sex-symbol Gere.

Che Dallas fosse un posto ignobile credo fosse ormai noto ai più da parecchio tempo: la città più rappresentativa dello stato più retrogrado, forcaiolo, barbaro, razzista e reazionario (il Texas) di tutti gli Stati Uniti d'America. Come se non bastasse se poi torniamo indietro con la memoria ai palinsesti televisivi di dieci-quindici anni fa (credo) non faticheremo certo a ricordare che uno degli eventi più nefasti per l'immaginario culturale (si dice così anche quando la cultura non centra, no?) degli spettatori dell'epoca fu una soap opera che prese proprio il nome dalla città in questione, icona insuperata del benessere WASP e sogno americano incarnato in gretti vaccari dai cappelli orribili che si ritrovano a capo di società per azioni multimilionarie. Questo è quindi il retroterra su cui si muove Altman. Robert Altman, autore di Nashville, I compari, America oggi, un film cruciale, capace di mettere a nudo con rara crudeltà i limiti e le nefandezze della società americana.
Si fa una certa fatica a credere che l'Altman di oggi non ha più nulla da dire, niente. Probabilmente si è limitato a leggere la nuova sceneggiatura dall'autrice de "La fortuna di Cookie" per poi dirigerne un film con una sciattezza tale da risultare non solo imbarazzante ma addirittura fastidiosa.
Il piano sequenza iniziale si riduce a manifesto di quella che un tempo era estetica o scelta stilistica e adesso non fa che rintanarsi nei prevedibili confini del clichè: inutile e irritante. Una sequela di odiose borghesucce urlacchianti che non fanno altro che tormentare l'udito dello spettatore per buona parte del film. Verrebbe chiaramente da pensare a sottili intenti di satira graffiante, peccato che il ridicolo in questi casi (come è giusto che sia) si nasconde dietro l'angolo e Altman ci finisce dentro in pieno. A meno che non siate dell'idea che basti uno sgambetto a una signora supergriffata in pre-menopausa per poter parlare di satira graffiante.
Per il resto mi pare che in un film dalle presunte pretese psicanalitiche (la moglie del Dottor T è affetta da turbe psichiche, non era forse il caso di farne risaltare le cause invece di enunciarle?) possa essere sacrosanto pretendere un minimo di cura nella caratterizzazione psicologica dei personaggi. Nulla, ogni cosa in questo film è a malapena abbozzata.
Rimane ancora da chiedersi come sia possibile che da una sceneggiatura (non bellissima, per la verità) così ricca di avvenimenti, chaos, colpi di scena, dialoghi al fulmicotone possa scaturire un film così piatto e privo di ritmo (vedi ad esempio gli insulsi incontri di Gere con i compagni di caccia, inutili quanto patetici tentativi di far affiorare il tema dell'amicizia virile).
Gli attori: su Gere nulla da dire, a parte il fatto che la sua espressione facciale non sembra essere mai mutata nel corso degli ultimi dieci anni (dov'è finito l'interprete de I giorni del cielo di Terrence Malick?). Dovrebbe limitarsi alla pubblicità. Liv Tyler è ingrassata paurosamente e si stenta a riconoscerla, il resto del cast offre per lo più fastidiose interpretazioni decisamente sopra la righe che regalano scarse emozioni.
Qualche barlume della classe di Altman si intravede nelle sequenze finali e in quella in cui Farrah Fawcett, moglie troppo amata da Gere, si denuda per immergersi in una fontana. Poco o nulla per un film che ha fatto parte (vergognosamente) della selezione ufficiale di uno dei Festival cinematografici più importanti del mondo. Alberto Barbera è un grande uomo di cinema e lo ha ampiamente dimostrato in passato, ma la presenza in concorso di film come questo in un festival da lui diretto rischiano di gettare un ombra sulla sua luminosa carriera.

Annunciata da innumerevoli zampilli, fontane, getti impazziti, dopo contrazioni nevrotiche arriva, grazie ad una catartica tempesta (questa si) perfetta, la rottura delle acque e con questa il parto surreale di un finale antipodico a tutto il resto del film: deserto, poverta', e finalmente un uomo, nuovo. Del quale si sentiva il bisogno: quelli vecchi si manifestano solo per giocare giochi scemi, brandendo i pistoloni con i quali sparano a palle volanti (in un demenziale e allusivo incrocio tra il glof e il tiro a volo) piuttosto che a anatre e tacchini. Va da se' che dell'unico uomo decente le ricche signore di Dallas, ben oltre l'orlo di una crisi di nervi, son tutte innamorate. Ma in un mondo in cui gli uomini latitano, l'eccezione ha vita grama: la sua empatia, il suo lavoro scrupoloso, l'amore che mette nelle sue scelte gli scatenano contro la furia degli dei (anzi, delle dee), catapultandolo, oltre tutto, tra le braccia di una Helen Hunt indipendente, intraprendente e (per dirla con Vecchioni) stronza come un uomo.
E' smagliante, la forma di Altman, che confeziona un film acuto, cattivello e divertentissimo, impreziosito da virtuosismi tecnici che solo uno spettatore maldisposto potrebbe definire leziosi. Insieme a Gere, sarcasticamente scaraventato a fare il suo lavoro di sempre, l'icona maschile venerata dal pubblico femminile (ma in un universo deformato dove e' destinato a soccombere), il regista raduna un grande cast di favolose femmine folli che innervano il film di ritratti di signora iperrealisti. Grande incipit, con un gustoso piano sequenza che fa "nascere" Gere dai lombi di una donna anziana.
Non si scambi il gioco di Altman per maschilismo: il secondo stupendo piano sequenza, che sembra accarezzare le pazienti del dr. T e in realta' disegna una gabbia di fiere, cita involontariamente un gineceo ben piu' triste, recentemente ammirato, che piu' diverso non si puo'. E anche se in questo caso la traiettoria piu' che circolare e' un caotico groviglio, la colpa del dolore che scopriamo (sogghignando) percorrendola e' di nuovo degli uomini.