Commedia, Drammatico

I VILLEGGIANTI

TRAMA

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

RECENSIONI

In fondo la filmografia di Valeria Bruni Tedeschi regista è un unicum che si articola nel tempo attraverso titoli diversi: ciascuno di essi è un update della vicenda umana che vede protagonista la stessa Valeria che racconta di sé in maniera più o meno (soprattutto meno) velata. Non cambiano alcune coordinate (la madre, ad esempio, che è interpretata sempre dalla vera genitrice Marisa Borini), mutando invece i nomi dei caratteri e i loro volti, ma facendo comunque riferimento a quello che è l’universo autobiografico della Nostra (stavolta la sorella, Carla Bruni - o, meglio, la sua reinvenzione - è interpretata da Valeria Golino).
Ci piace Valeria Bruni Tedeschi - lo dicevamo a proposito di Un castello in Italia che il suo percorso così cocciutamente ripiegato sull’autoanalisi merita attenzione e rispetto, per la sfrontatezza, la sincerità, l’umorismo -, ma stavolta il film terapeutico, pur partendo dalla constatazione che non solo di autocompiacimento si può artisticamente campare, concluso il giochino del chi-fa-chi (Pierre Arditi “sarebbe” Sarkozy), ingrana a fatica. Lo spostamento dello sguardo dal proprio ombelico a un quadro d’insieme in cui il suddetto onfalo è una parte del tutto, richiedeva una scrittura di altra incisività.
Lo struggimento di Bruni Tedeschi oggi ha per oggetto la rottura del legame sentimentale: la frase iniziale di Botho Strauss che parla del divorzio come della ferita più profonda che la vita ordinaria ci può infliggere sembra catalizzare l’attenzione sul punto. In realtà attorno al distacco tra la protagonista e il marito (Riccardo Scamarcio) si intrecciano altri motivi, tra cui quello della morte del fratello sul quale la protagonista sta per dirigere un film contro il parere della sorella. Qui si innesca un altro leit motiv dell’opera: il dichiarato specchiarsi tra verità e finzione (con frasi che sfiorano il mettere le mani avanti, come «Ha coscienza che la sceneggiatura è fragile?») che va ben oltre l’esercizio metanarrativo, sfiorando piuttosto la vertigine, con la regista-attrice che parla di sé in un film in cui parla di sé e che tratta della lavorazione di un film in cui parla di sé. Così la presenza di Frederick Wiseman (come dire: il più grande documentarista vivente), alla sessione d’esame del progetto cinematografico, è un’ulteriore sottolineare che, insomma, se non si sta facendo quello che oramai, orrendamente, viene definito “cinema del reale”, ci stiamo comunque aggirando da quelle parti.
Ma dicevo, non di solo autocompiacimento vive questo I villeggianti, perché il film, radunando tutta la famiglia nella splendida magione costiera (una casa protetta dalle insidie del mondo, quadrato privilegiato, apparentemente lontano dalle minacce della realtà, ma anche palude in cui comodamente si affonda), chiamando a raccolta anche altri ospiti che arricchiscono il complesso dei personaggi, innesca un gioco teatrale di incroci relazionali che fa un po’ Bergman (Sorrisi di una notte d’estate) e quindi Allen (Una commedia sexy in una notte di mezza estate), ammiccando alla radice (il Sogno shakespeariano) e guardando senza malizia al solito Čechov e alla Comédie Française. Se poi aggiungiamo la struttura in atti, un pizzico di satira sociale con la servitù che un po’ fa da coro e un po’ si insinua nelle trame dei signori, reminiscenze del Flauto magico, la figlia (bambina = anima candida) che osserva, il fratello fantasma che appare e si confronta addirittura con l’attore che dovrebbe impersonarlo, mentre Valeria, imperterrita, monologa al telefono o piange, allora capiamo che l’ambizione, tanta, andava convogliata in una struttura che tutte queste istanze le organizzasse meglio.
Se, come si dice a un certo punto, la differenza tra dramma e commedia è che la commedia ha una storia che fai finire al momento giusto, qui allora siamo in un dramma (il mettere le mani avanti di cui dicevo prima: «Noi non ci fermeremo al momento giusto»), perché il film dura tanto (troppo) e sembra davvero non volersi concludere: così, la sequenza finale ambientata sul set, in cui la nebbia celebra la definitiva confusione dei livelli, ammicca, tanto per non farsi mancare nulla, a Fellini.
Onore al merito di aver alzato il tiro, ma  si sa che più in alto si va, più l'eventuale tonfo fa rumore.