Drammatico

I RAGAZZI STANNO BENE

Titolo OriginaleThe kids are all right
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2010
Genere
  • 67291
Durata106'
Scenografia

TRAMA

Nic e Jules sono una coppia lesbica con due figli adolescenti, nati mediante inseminazione artificiale. I due figli decidono di conoscere il donatore…

RECENSIONI


The kids are all right nasconde, dietro l’ossequio a istanze narrative convenzionali, la sua natura sottilmente dimostrativa e politica, alla singolarità del tema facendo riscontro uno svolgimento tradizionale dello stesso, accorto e molto studiato: anche se parla di genitori gay, dunque, lo fa applicando il modulo della consueta family play, seguendo traiettorie narrative che puntano dritte ai canoni; si guardi come viene descritta la quotidianità dei personaggi: le genitrici sono tendenzialmente comprensive, ma, com’è costume, cercano di imporre un proprio modello e delle proprie idee; i dubbi dei figli, la loro volontà di conoscere il donatore di sperma, sarebbero gli stessi anche nel caso in cui i loro genitori fossero una coppia etero sterile; anche l’apparato relazionale risponde a dinamiche tutte note e sondate: le proiezioni sono all’ordine del giorno, le recriminazioni pure, i messaggi subliminali, arma tipica genitoriale, non mancano.


La coppia è concepita classicamente sul confronto di personalità molto diverse: Nic è razionale, pragmatica, realizzata; Jules è idealista, avventurosa, istintiva: sono diversità che pesano sulla loro relazione e in quella delle due donne con i figli, tra chiusure perentorie (Nic esprime l’autorità, tanto più forte quanto più insicura: essendo ansiosa detta i termini della tensione, mantenendo il controllo della situazione) e tattiche preventive (ancora Nic, essendo lungimirante, subodora ogni minaccia: viene quindi “cassandramente” isolata dagli altri). Insomma, questo nucleo omoparentale ricalca in tutto quello tradizionale e gli stessi problemi che paventerà si proporranno quali passaggi delicati che ogni struttura familiare, comunque composta, può incontrare sul suo cammino: l’usura del legame di coppia, la difficoltosa comunicazione con figli che crescono e rivendicano indipendenza, il tradimento, le ambizioni e le frustrazioni di ciascuno che entrano in frizione.


La delicatezza e la complessità delle questioni che il film pone sul piatto non emergono in prima istanza perché la regista, con ferma determinazione, non abdica mai a quelle che in apparenza risultano essere le ragioni principi del lavoro: quelle del dramma brillante, della costruzione di un racconto che funzioni, del conferire sostanza e carattere ai personaggi. Ma questo, ripeto, solo in apparenza, perché gli elementi anzidetti, che si palesano come obiettivi da raggiungere, sono in realtà dei meri strumenti da utilizzare: ecco allora che il film non perde mai il controllo dei toni a vantaggio di un impegno dichiarato perché quest’ultimo deve lavorare su un piano implicito e sotterraneo. Non si tratta, si badi bene, di mancanza di coraggio ma, al contrario, di un’impostazione che nasce da una scelta di campo precisa: uscire dalla nicchia, entrare nel Mercato, usare lo star system per dire ciò che si intende, usare un linguaggio che sia recepibile dal grosso pubblico, giocando con disinvoltura sul suo campo. Questo lo si afferma anche alla luce delle due precedenti prove della regista: in High art (lez-movie tipico, con un’ombra di maledettismo che si sublimava nella tragica quanto catartica morte finale) e Lauren Canyon (commedia drammatica con cast riconoscibile, più vicina a quest’ultimo film) l’omosessualità veniva vissuta come parentesi trasgressiva nell’ambito di una relazione etero. In questo caso invece si abbandona la visione sregolata e/o alternativa e si veicola un’immagine socialmente solida e rassicurante della relazione gay: quindi no all’ épater le bourgeois, nessun cedimento allo psicodramma spinto come facile scappatoia drammatica, nessuna concessione farsesca che vanificherebbe nella caricatura la tesi egalitaria, nessun pride sbandierato (l’omosessualità è nei fatti e giammai nelle discussioni), ma piuttosto calibratura di toni, calcolo millimetrico di ogni elemento caratteriale delle figure in gioco, dosaggio esemplare degli elementi del racconto.


In questa chiave si comprendono una serie di scelte che di primo acchito possono apparire reazionarie: il linguaggio del grosso pubblico prevede che la lesbica abbia il suo rapporto etero, ma l’istanza militante riporterà la pecorella smarrita all’ovile amoroso della sua compagna; la stessa vulgata prevede che la famiglia trionfi e questo avverrà, ma la famiglia, alla quale quel pubblico si è oramai affezionato, è quella omoparentale, che si ritrova automaticamente rivendicata. Il canone prevede un avvicinamento di Paul ai due ragazzi, ma, d’altra parte, il loro rapporto risulterà sempre distante, artificioso, puramente teorico, non traducendosi mai in un legame vero, quindi la sua rottura potrà avvenire senza traumi, in nome di un valore superiore: l’unità familiare; del resto anche quella tra Jules e Paul è una liason puramente chimerica poiché vissuta da ciascuno a suo modo: lei come antidoto all’incomprensione e alla mancanza di attenzioni della compagna, lui come sorta di lasciapassare a una possibile vita familiare che non ha mai fatto alcuno sforzo per ottenere e che, di fronte a un microcosmo già costituito, tende a proporsi come un’opzione praticabile; la chiusura irremovibile di Nic è dunque esemplare - non puoi entrare in questo mondo, non ti appartiene, non hai fatto nulla per costruirlo, You’re a fucking interloper – e sortisce tre effetti: tiene a distanza il donatore, com’è eticamente corretto; salva il nucleo dall’implosione; bandisce qualsiasi ambiguità o disordine nei rapporti degli adulti messi in crisi dall’adulterio.


E qui si arriva a un altro nodo decisivo. La volontà di Nic di tenere a distanza il donatore risponde a una serie di timori molto umani e comprensibili: di fronte all’obiettiva assenza di una figura paterna, l’arrivo di Paul rischia di sconvolgere l’equilibrio familiare, un equilibrio che non risulta né più solido né più fragile di quello delle famiglie fondate da coppie etero, anche se conquistato duramente, in quanto il menage è senz’altro aggravato da un portato di sospetto sociale e dalla fatica di un’atavica battaglia vinta che non possono non essersi riflessi sui figli. Ma la regista, in base al suo preciso disegno dissimulatorio, gioca la partita su un altro terreno: l’ambiente in cui vivono i protagonisti è alto borghese, e mediamente benpensante, canonicamente liberal (si arriva a promettere piena solidarietà al figlio in caso di coming out…), e quanto viene raccontato risponde puntualmente ai meccanismi tipici del milieu; ecco allora che la differenza di Paul si esprime proprio a quel livello (altra estrazione, altri interessi e concezioni esistenziali): egli rappresenta per i due ragazzi letteralmente un’altra vita, un altro modo possibile di viverla (si tenga sempre presente la studiata casualità che è dietro l’inseminazione artificiale) ed è soprattutto in questa chiave che la destabilizzazione viene vissuta e concepita, non sicuramente in quella di una discussa/discutibile “paternità” che rimane, tatticamente, concetto ineffabile.
The kids are all right - il titolo si ispira a una canzone degli Who - è quindi un film che se da un lato denuncia a ogni passaggio il suo impianto, dall’altro lato, proprio nel modo in cui usa i topoi, per distanziarsene nella sostanza e smentirli nelle risultanze, ha i suoi maggiori motivi di interesse; la struttura sarà pure palese, i caratteri saranno anche rigidi e troppo ponderati, il tracciato del racconto sarà anche prevedibile, ma il modo in cui la regista riesce a contrattare con la materia e la tenacia con cui impone la propria strategia sullo schema utilizzato costituiscono un esercizio di lucidità rimarchevole: la pellicola non cade nella semplificazione, non esaspera il dramma, non fa sbavare la commedia, non lesina in implicazioni realistiche (si guardi al lavoro sui dialoghi, tesi a restituire classicamente i conflitti interni), senza restarne prigioniero e, in più, centra l’obiettivo della tesi senza rimarcarla.
Un film che ha negli attori l’autentico punto di forza: Bening, Moore, Ruffalo e Wasikowska (una certezza limpida come poche, un talento naturale: presente e futuro sono suoi) ne sono sublimi interpreti.
Colonna sonora (coerentemente) super trendy: Vampire Weekend, Tame Impala, Deerhoof, Fever Ray, Little Dragon, Mgmt…