Drammatico

I GIOCHI DEI GRANDI

Titolo OriginaleWe don't live here anymore
NazioneU.S.A. / Canada
Anno Produzione2004
Durata105'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

La relazione di un uomo sposato con la moglie del suo migliore amico sconvolgerà il delicato e precario equilibrio di quattro amici e delle loro famiglie.

RECENSIONI

Due coppie di amici, sposate e con prole. Da una parte liti, fughe e riappacificazioni. Dall'altra il silenzio. L'apparenza è di complicità, la sostanza di disordine. Davanti, la regolarità di una frequentazione diventata abitudine. Dietro, il fermento delle pulsioni in cerca di conferme o smentite. Non si tratta, però, dell'ennesimo conflitto tra ciò che sembra e ciò che effettivamente è. Il quieto vivere di facciata, infatti, è solo uno strumento, non il fine; un modo per dare risalto all'intricato groviglio dei sentimenti, protagonisti indiscussi del riuscito lungometraggio del canadese John Curran. La sceneggiatura di Larry Gross, basata su due lavori di Andre Dubus (quello di "In the bedroom") e premiata giustamente al Sundance, scandaglia con estremo rigore l'intimità dei personaggi e il film centra pienamente il bersaglio di mettere a nudo il non detto. Una capacità che sfugge il più delle volte anche ai protagonisti, vittime di noia, egoismi, incomunicabilità e frustrazioni e non in grado di alleggerire il peso della routine con l'ironia. La grevità è in loro, nel capolinea emotivo a cui si sono lasciati andare, non nello sguardo del regista, che si dimostra sempre compassionevole e mai giudicante nei confronti dei personaggi. Gli stessi luoghi si ammantano di significati diversi nell'arco della stessa giornata. Un bosco può rivelarsi una comoda e trasgressiva alcova, il perimetro dello jogging dei due amici e il chiassoso rifugio del nucleo familiare in gita con la bicicletta. Così come un uomo può essere un amante focoso per poi cercare complicità nell'amicizia e protezione nella famiglia. Tutte facce intercambiabili, e molto spesso sovrapponibili, in cui la razionalità si trova a fronteggiare le insidie e le opportunità di ciò che brucia dentro. Il tradimento perde così le caratteristiche scacciapensieri del "gioco da grandi" per ammantarsi di significati profondi, in cui occasioni e pericoli si sfidano in una lotta crudele e non priva di colpi bassi. Ristabilire un equilibrio dopo avere mescolato le carte sarà doloroso ma risolutivo e niente, alla luce della consapevolezza, potrà essere più come prima. Costruito con grande tensione, pur nell'ordinarietà degli eventi, il film gode di una rappresentazione in cui tutti i punti di vista trovano modo di uscire allo scoperto, lasciando lo spettatore onnisciente testimone della mutevolezza degli stati d'animo. Il maggiore pregio della pellicola è di non cercare l'iperbole o l'effetto per costruire una teoria, ma di lasciare che i personaggi, nessuno completamente simpatico o antipatico, tutti vulnerabili, feriti e in grado di ferire, semplicemente vivano sullo schermo. Nella pessimistica visione di Curran, la forma si svincola dalla maniera simil-dogma di tanto cinema indipendente americano per cercare, e trovare, una strada espositiva personale. Determinante la funzionalità dei dialoghi, pieni di verità nell'evidente derivazione letteraria, e decisivo il contributo del cast, in cui spicca l'esuberanza, mai caricaturale, di una ritrovata Laura Dern, e la versatilità di Mark Ruffalo in un ruolo centrale, finalmente non solo spalla dallo sguardo interessante.