Avventura, Drammatico, Western

HOSTILES

Titolo OriginaleHostiles
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2017
Durata127'
Sceneggiatura
Tratto dal manoscritto di Donald E. Stewart
Montaggio

TRAMA

Il capitano Joe Blocker è alla soglia della pensione quando, su richiesta del presidente degli Stati Uniti, gli viene ordinato di condurre fino al Montana il capo Cheyenne Falco Giallo, in fin di vita per una malattia terminale. Peccato che Joe abbia combattuto contro gli indiani fino a quel momento e abbia visto morire molti amici e commilitoni, alcuni proprio per mano di Falco Giallo. Al drappello si unisce anche Rosalie, una donna che ha visto trucidare la propria famiglia da una banda di ladri di cavalli Comanche.

RECENSIONI

Scott Cooper è probabilmente l'autore più anacronistico del cinema americano contemporaneo. Quattro film all'attivo e un'accoglienza sempre piuttosto tiepida, ma attorno ad ogni suo lavoro, per motivi differenti e spesso legati ai grandi nomi che riesce a coinvolgere, si è sempre creata una discreta attenzione mediatica. Crazy Heart (2009) arriva ai premi importanti e fa vincere Oscar e Golden Globe sia al protagonista Jeff Bridges che a Ryan Bingham (miglior canzone originale); Out of the Furnace (2013) viene presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e vanta un cast da capogiro (Christian Bale, Woody Harrelson, Casey Affleck, Willem Dafoe, Forest Whitaker, Zoe Saldana, Sam Shepard); Black Mass (2015), anch'esso baciato da una parata di nomi importanti (Johnny Depp, Benedict Cumberbatch, Joel Edgerton, Kevin Bacon, Peter Sarsgaard, Dakota Johnson, Juno Temple), esordisce Fuori Concorso a Venezia; con questo Hostiles infine (e la passerella di volti celebri la trovate in testa alla scheda) torna a Roma, dove viene addirittura selezionato come film d'apertura della manifestazione. Quattro film dunque, un numero impressionante di star coinvolte, quattro lavori di genere. Ah, quanto vorrebbe essere ricordato come un nobile autore di genere, Scott Cooper! Il tipico racconto di redenzione country, la più classica delle storie di vendetta ambientate nei suburbs americani, un gangster movie girato come lo farebbe un qualunque Scorsese wannabe e ora il western, con tanto di indiani.
Anacronistico, si è detto. Sì, perché il suo sguardo sul genere è sempre così puro, così ingenuo, così fuori dal tempo che a lungo andare, passato il torpore, suscita quasi tenerezza. In barba al postmoderno, in barba al rimescolamento ironico e alla demolizione dei confini, in barba alla frammentazione narrativa dell'era digitale, Cooper continua imperterrito a prendere il genere e a ricondurlo al grado zero, ad offrire al suo pubblico esattamente quello che si aspetta(va) da un racconto inserito all'interno di quei determinati canoni narrativi. Come se fossimo ancora incastrati nella Golden Age hollywoodiana, quando il genere era davvero in grado di mettere in moto tutto un rodato meccanismo produttivo e distributivo dalle regole ferree. Come se i Coen e Tarantino, tanto per citarne due, non fossero mai esistiti.

Fa davvero impressione assistere oggi ad uno sguardo così conservatore applicato ad uno dei generi più prolifici e iconograficamente pregnanti della storia del cinema, il western appunto, di cui però è da decenni che ciclicamente vengono celebrate le esequie. Nel suo voler ritornare all'origine del mito americano al fine di, letteralmente, chiedere perdono ai Nativi per il modo in cui sono stati trattati (e forse, per estensione, rappresentati), Scott Cooper compie un errore grave e piuttosto banale, quello di abbracciare da un punto di vista stilistico e narrativo proprio il tipo di racconto che ideologicamente sembra voler condannare. In Hostiles infatti nulla schioda l'uomo bianco dal centro dell'azione: non il capo Cheyenne con cui il protagonista, prevedibilmente, stringerà un legame e men che meno una donna bianca, poco importa se interpretata da un'attrice sulla cresta dell'onda come Rosamund Pike. Ecco, nel clima odierno, dove anche il western sta cercando un deciso ricollocamento della figura femminile all'interno dei suoi confini (Il grinta dei Coen, The Homesman di Tommy Lee Jones, fino ad arrivare a riletture ironiche di stampo dichiaratamente femminista come il recente Damsel dei fratelli Zellner), trovarsi nuovamente di fronte ad un personaggio che accoglie così apertamente il topos della damsel in distress fa davvero strabuzzare gli occhi. Ora, tale trattamento riservato alla figura femminile appare decisamente problematico dal momento in cui il film sembra cercare il parallelismo politico con il presente affrontando a viso aperto quello che oggi è un tema infuocato negli Stati Uniti (e non solo), l'odio razziale. Insomma, nonostante si guardi indietro, la metafora con la situazione contemporanea è evidente, ma allo stesso tempo risulta ben più ambigua e sfilacciata di quanto vorrebbe far credere. Il finale in questo senso è emblematico: se da un lato infatti la ricostituzione della famiglia rigorosamente multietnica avviene nel segno della modernità (il treno) e dell'erosione dei confini razziali, è pur sempre vero che in tale quadro il diverso rimane il figlio adottivo, da educare e accompagnare nella società secondo gli usi e costumi della coppia bianca. Ancora una volta, nulla schioda il bianco dalla sua centralità nella Storia, neppure in un racconto che proprio di integrazione, perdono e rappacificazione vorrebbe parlare.
In definitiva, la colpa di tali superficialità, oltre che ad una regia meramente descrittiva e incapace di creare senso attraverso l'immagine, è da imputare ad una scrittura pigra e approssimativa che finisce per depotenziare la narrazione proponendo svolte narrative e scene madri senza che queste vengano minimamente supportate dagli eventi del racconto. E mentre le immagini scorrono inerti, è sempre la parola a portare avanti il discorso, a imboccare un pensiero, a guidare una riflessione.

Insomma, tutto viene detto, in Hostiles, poco viene fatto vedere.
Tutto viene detto male, in Hostiles, nulla viene veramente fatto vedere.