Drammatico, Mystery, Thriller

HORSE GIRL

Titolo OriginaleHorse Girl
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2020
Durata103'
Fotografia
Montaggio

TRAMA

Sarah, una donna solitaria che lavora in un negozio di artigianato e trascorre il tempo libero con i cavalli e le serie di crimini soprannaturali, comincia a fare sogni surreali che la sconvolgono, fino a farle perdere il controllo.

RECENSIONI

Sono almeno tre le personalità dietro a Horse Girl, impegnate, tutte, in un tribolato tiro alla fune sul verdissimo prato degli "originali Netflix": producono i fratelli Duplass, campioni DIY del movimento mumblecore; dirige Jeff Baena, in inedita sterzata drama; scrive lo script, insieme al regista, la protagonista Alison Brie, che nel personaggio di Sarah profonde la propria travagliata storia familiare. Approcci differenti, e mai davvero conciliati, per sabotare (programmaticamente?) qualunque tentativo di classificare il film nella manciata di caratteri che gli fanno da presentazione, in barba alla politica della tagline cara a tante produzioni della piattaforma: commedia indie dal respiro garbatamente fiabesco sull'ennesima ragazza stralunata, tutta casa e maneggio (ma, attenzione, quando si reca lì per fare visita al cavallo che era solita cavalcare, Sarah non è persona grata, e questo dovrebbe dapprincipio dirci qualche cosa); ansiogena ricognizione del disagio mentale dal di dentro, in drammatico crescendo di tensione e paranoia che non trascura di dispensare qualche timido cenno di denuncia; espressione appassionata, infine, di una rivalsa - del sogno, dell'immaginazione, di una psiche fragile che nelle proprie ossessioni (il cavallo, la serie tv crime fruita con religiosa devozione) trova una preziosa comfort zone da preservare, oggetto di sequenze oniriche che fanno della fotografia un veicolo di significati (il color pesca nei momenti di confusione e sbandamento, tinte azzurrine in quelli di maggiore lucidità e presa sul reale). Variazioni consistenti sul tema - ma quale tema, esattamente? - che vorrebbero, forse, rivendicare una certa idea di "libertà" - dal genere, dalle attese dello spettatore, da Netflix - ma che finiscono piuttosto per sancire un'impasse: del punto di vista del film sulla sua protagonista. Indagata da insistiti primi piani, che ne scandagliano il volto come fosse un oggetto alieno da comprendere, Sarah è offerta allo spettatore alla stregua di una bestia rara di cui avere cura, prima, e come un'alterità da giudicare, poi, in un processo di continuo riposizionamento che a più riprese chiede allo spettatore di attestarne l'infermità, crogiolandosi nella messa in scena di una crescente ossessione che, più che elaborare un discorso, indulge nella sua stessa rappresentazione. Il problema non è l'atterraggio, ma la caduta, diremmo, ribaltando i termini della questione: non il finale - colpo di mano onirico e visionario, che non crede neanche a se stesso e che mostra, per questo, una certa dose di spudoratezza -, quindi, ma tutto ciò che viene prima.