Biografico, Drammatico

HONEY BOY

TRAMA

Otis è un attore a cui hanno rubato l’infanzia. Figlio di una madre altrove e di un padre tossico, è cresciuto (professionalmente) in televisione e (miseramente) in un motel di infimo ordine ai margini di Los Angeles. Dipendente dall’alcool e da un passato che non passa, Otis si schianta in macchina, resiste alla polizia e viene ricoverato in un centro di disintossicazione per alcolisti. In guerra col mondo e con la sua psicologa, che prova a ridurre la sua rabbia, Otis ripercorre la sua infanzia per lasciare andare il padre e trovare finalmente pace.

RECENSIONI

Per nulla originale, ma molto personale. Honey Boy trae la sua forza e la sua linfa vitale dal fatto di essere basato su una cupa storia vera: quella di Shia LaBeouf, che ha passato buona parte della sua infanzia da baby star Disney con un padre-padrone frustrato e alcolizzato, da poco uscito di prigione in seguito ad una condanna per violenza sessuale. Di vicende così ce n'è a secchiate, e ricalcano più o meno il medesimo svolgimento; in questo caso drizziamo le orecchie perché la sceneggiatura è scritta da un attore ampiamente emerso (Transformers, Indiana Jones, Nymphomaniac) ma mai totalmente affermato, e nasce come parte integrante di un faticoso percorso riabilitativo e di disintossicazione. LaBeouf – che per molto tempo si è interrogato sulla necessità di rendere pubblica la sua storia, dichiarando poi alla fine delle riprese che «Tutta questa faccenda è sembrata molto egoista. Non ho mai pensato “Oh, sto andando ad aiutare delle cazzo di persone”. Non era il mio obiettivo. Stavo cadendo a pezzi» – scarica la rabbia repressa accumulata in 30 anni in una narrazione sporca, diseguale, disperata. Ci sembra di guardare di nascosto dal buco della serratura di una seduta psicanalitica, o di scrutare la mente e i pensieri privati di qualcuno che sta ragionando fra sé e sé. Vorremmo a tratti fuggire a gambe levate da Honey Boy, come stessimo violando la privacy di qualcuno. Ma vale anche la pena domandarsi quanto in realtà il coacervo di suggestioni, flash, reminiscenze e incubi sia veritiero. Presso la clinica in cui il protagonista Otis (alter ego di Shia) si sta curando, un operatore gli domanda se con lui sia sincero o se lo stia prendendo in giro. La risposta serve anche noi: «Entrambe». Perché in fondo il compito dell'artista è anche questo: fingere, mettersi in scena, romanzare situazioni e aneddoti. E non poter fare a meno di essere così. Shia/Otis dice di essere un egomaniaco con un complesso di inferiorità e uno schizofrenico professionista, ma la terapeuta lo riporta alla reale diagnosi: il suo è un disturbo da stress post-traumatico, anche se lui fatica ad ammetterne le cause.

Ammetterlo significherebbe rendere il proprio genitore colpevole, e non è ciò che Otis vuole. In questa autobiografia dolorante e cruda in modo disarmante, la ricerca è quella del pezzo mancante del puzzle, del tassello che porti alla catarsi. E se già di suo raccontarsi e nominare l'innominabile rientra nel percorso di guarigione, il fatto che Shia LaBeouf scelga di vestire i panni di suo padre (lasciando che Noah Jupe prima e Lucas Hedges poi interpretino lui stesso) ci proietta verso un diverso obiettivo. In questo film spigoloso, controverso come i suoi personaggi principali e sfuggente come un flusso di coscienza, la riflessione è profonda e stratificata, a fronte di alcune soluzioni visive sbrigative e di qualche slancio retorico che appanna il messaggio. A cosa serve odiare incondizionatamente, quando si può provare a capire? L'unica cosa di un qualche valore che Jeffrey LaBeouf ha dato al figlio è stata il dolore, e da questo dolore Shia non vuole liberarsi. Questa è l'eredità genitoriale, e non è insabbiando che il trauma si riassorbirà. I set cinematografici ovattati, il motel fatiscente e opprimente in cui trascorrere le serate e le discariche in cui piantare marijuana sono (non) luoghi intrisi di rancore e risentimento, schiaffi morali che non prevedono alcun tipo di idealizzazione. La metafora – abbastanza didascalica, ma funzionale – iniziale delle torte in faccia (prese da Otis in una gag televisiva, ma anche da suo papà nel corso della sua fallimentare carriera da clown di rodeo) serve a preparare il campo, a dichiarare un intento: questo coming-of-age è uguale e al contempo diversissimo a decine e decine di altre opere. Potrebbe essere Mid90s, American Honey, Un sogno chiamato Florida. Invece è Honey Boy, grido di dolore senza filtri per un ragazzo trascurato, Otis, ma anche per un padre, James. E alla fine la verità più dolorosa di tutte, quella che ci ferisce più della violenza e degli abusi psicologici, potrebbe essere che James/Jeffrey stesse davvero facendo il meglio che poteva. E stesse amando suo figlio nell'unico modo che conosceva.