Drammatico

HACHIKO

Titolo OriginaleHachiko: a Dog’s story
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2009
Durata93'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Un professore di musica trova per caso un cane smarrito alla stazione e se ne prende cura. Il cane lo ricambierà con una fedeltà senza tempo.

RECENSIONI

La storia, realmente accaduta, era già stata raccontata nel film giapponese "Hachiko Monogatari" del 1987. Qui abbiamo la versione americana e divistica, ma la razza e la provenienza del cane sono rimaste le stesse (fedeltà o tocco esotico?).
Hachiko parla di un uomo che si innamora, letteralmente, di un cane, e, pur potendo contare sull’affetto quasi idilliaco della sua famiglia, trova in esso un appoggio, una compagnia, un punto di riferimento saldissimo. Come dire che anche chi sembra avere tutto e non conoscere vuoti affettivi può nascondere il bisogno di un rapporto di tipo diverso in grado di arricchire moltissimo la sua esistenza.
Il cane, da parte sua, fa il cane: compagno di giochi e presenza affidabile nella quotidianità, fedele al di là del tempo. E’ lui ad accompagnarlo al lavoro augurandogli (virtualmente) buona giornata, ed è lui il primo ad accoglierlo quando torna la sera, un appuntamento ed un’attenzione calda e rassicurante a cui diviene impossibile rinunciare.
Quando poi una morte improvvisa fa mancare al padrone il suo appuntamento serale col cane, Hachiko non dimentica e non abbandona il suo posto, fino alla fine dei suoi giorni.
Il film non riesce però a sviluppare un copione articolato che vada al di là del rapporto inscindibile tra l’uomo ed il suo cane (operazione che riusciva molto meglio, ad esempio, all’altro grande successo recente, Io & Marley). C’è anzi da riconoscere alla pellicola la capacità di reggere l’intera durata del film con un soggetto tanto esile senza annoiare troppo.
Ci sono alcuni momenti divertenti (la gag con la palla e quella con la moffetta) e l’animale scelto è anche in questo caso molto carino – il che costituisce sempre un valore aggiunto nelle pellicole per famiglie, e la razza akita è cinegenica ed inusuale – tuttavia la sensazione è che la chiave del successo stia soprattutto nell’esaltazione di un rapporto (d’amore/d’amicizia) immortale.
Hachiko è una storia romantica, non solo tenera. Romantica per le sue dinamiche e, soprattutto, per la sua capacità di superare la morte e divenire simbolo (come è la statua realmente costruita in Giappone a memoria di Hachiko).
Ed è forse questa capacità di creare l’atmosfera il pregio di una pellicola peraltro modesta e, inevitabilmente, ricattatoria. Con questo materiale e questa sovrabbondanza di sentimento si poteva calcare sulla commozione in modo molto meno delicato ed accettabile, e questo ad Hallstrom va riconosciuto.
Richard Gere ci mette il nome, la sua recitazione è come al solito niente di speciale.

Lo sceneggiatore esordiente Stephen P. Lindsey trasporta negli Stati Uniti la vera storia del cane Hachiko (1923-1935, protagonista di Hachiko Monogatari, 1987) cui, in Giappone, hanno dedicato un monumento proprio nella stazione in cui aspettava il padrone. Nel farlo, purtroppo, inventa un prologo ed un epilogo “ad altezza bambino”, dove il nipote del personaggio di Richard Gere urla ad una classe la morale di quella che lo svedese Hallström, ad immagine di (quasi) tutto il suo cinema, vuole come favola: rovinano non poco un’opera che, nonostante la superficialità stucchevole con cui dipinge gli esseri umani (fra famiglia felice e purezza varia), riesce a commuovere fino alle lacrime per l’abilità del regista nel mettersi nei panni del cane (le soggettive in bianco e nero) e nel restituire una sorta di amour fou fra due protagonisti inseparabili, dove l’uomo è incapace di imporsi sull’animale che asseconda e l’animale di separarsi dall’uomo. Hallström inscena, cioè, un rapporto ai limiti dell’ossessione malsana, presentandolo come romantico (quindi potrebbe essere un atto inconsapevole), rendendo anomalo (e più straziante) il (solito) racconto sull’animale-coraggioso-fedele. Niente male anche l’invenzione della figura dell’amico giapponese, che ammanta l’akita di componenti magiche (è il cane a scegliere il padrone e a decidere, senza compiacere nessuno). Diamo atto al regista di aver sempre sondato, pur con risultati altalenanti, legami e solitudine.