Azione, Fantasy

GROSSO GUAIO A CHINATOWN

Titolo OriginaleBig Trouble in Little China
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1986
Durata99'

TRAMA

Lo Pan, demone millenario cinese, per sfuggire ad una maledizione deve trovare una ragazza cinese con gli occhi verdi: per questo si stabilisce nei labirintici sotterranei di Little China. Il di lei fidanzato con l’amico americano tentano di salvarla in ogni modo.

RECENSIONI

Nel mezzo degli anni ottanta, Carpenter si diverte a riscoprire il film di kung fu, ed in più lo sposa ad un gusto della caricatura che fonde fumetto e slapstick. Il gioco che ne risulta è un pastiche indefinibile - e per questo già notevole - oltre che di gran divertimento, a partire dalla caratterizzazione dei personaggi con curatissime deviazioni dallo stereotipo (il saggio cinese pasticcione, il protagonista camionista imbranato e reaganiano, l'innamorato non protagonista ed in secondo piano).
Le mirabolanti avventure di Jack Burton (Kurt Russel) in un Catai sotterraneo ed americano sono all'insegna del puro intrattenimento, anche cinefilo volendo ma, soprattutto sono una tappa fondamentale nell'umorismo carpenteriano, il punto di massima e palese esplosione della vena stravagante della sua filmografia: Il mago di Oz in versione urbana e transgenere.
Se le marche autoriali sono sbiadite non lo è di certo l'amore che tracima per il pubblico, per la costruzione di forme-giocattolo plasmabili, di volta in volta, in invettive politiche quando non in consapevoli riformulazioni delle possibilità cinematografiche.
Big Trouble in Little China è una perfetta mescolanza di matura ironia ed ingenuità fanciullesca, continuamente sopra le righe ed al di là delle aspettative, merito soprattutto della sceneggiatura di Richter che trova in Carpenter la mano adeguata per la creazione di una moderna, quindi inutile, fiaba.

Un fumetto postmoderno ricco di effetti speciali e senza velleità d’autore, teso a divertire, essere spettacolare e omaggiare il cinema di Hong Kong (in particolare il fantasy Zu Warriors from the Magic Mountain di Tsui Hark, da cui si prendono a prestito la scena della testa che scoppia e quella delle statue a domino), con lo stesso spirito fracassone ed iperbolico anche se, come quasi tutto il cinema di John Carpenter, l’ossatura è western: la sceneggiatura originale di Gary Goldman e David Z. Weinstein, infatti, era ambientata nel selvaggio West del 1880 ed è stata completamente riscritta da W. D. Richter (che, per questioni sindacali, appare solo come autore dell’adattamento). Modello dichiarato dal regista anche la commedia sofisticata di Howard Hawks, da Susanna a La Signora del Venerdì, soprattutto nello scambio fulminante di battute fra Jack Burton e Gracie Law (Kim Cattrall): il tutto è sorprendente, divertente, generoso di idee e (per quegli anni) davvero originale, più del simile Il Bambino d’Oro. Carpenter si diverte anche ad invertire i ruoli etnocentrici, con il tipo di Kurt Russell gradasso alla John Wayne ma inetto e, come vero eroe, la “spalla” cinese di Dennis Dun (scelto da Carpenter dopo aver visto L’Anno del Dragone). Per mettere in scena i combattimenti con arti marziali (coreografo: James Lew) e il fantastico “underground” di Chinatown, è stato tutto ricostruito in studio, rimettendo mano, citando e parodiando con rispetto miti e leggende tradizionali cinesi. Un film di cui Carpenter è sempre andato fiero, nonostante le critiche ed i magri incassi.