Bellico, Guerra, Storico

GREEN ZONE

Titolo OriginaleGreen Zone
NazioneUSA/Gran Bretagna
Anno Produzione2010
Durata115'
Sceneggiatura
Tratto daliberamente tratto da "Imperial Life in the Emerald City: Inside Iraq's Green Zone" di Rajiv Chandrasekaran
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Iraq 2003. Il capitano Miller, alla (vana) ricerca di armi di distruzione di massa, identifica i responsabili del bluff. Ovviamente, non gli sarà facile dimostrare quello che sa.

RECENSIONI

True Lies

Un esperto combattente scopre quasi per caso uno scottante passato di segreti e bugie e non esita ad agire contro il sistema affinché verità e giustizia siano ripristinate. Non avrà successo, ma il suo intervento non sarà privo di conseguenze. Questo è un possibile riassunto di un capitolo a caso della saga di Jason Bourne, ma si può adattare senza fatica anche alla nuova opera di Paul Greengrass, che dopo l'IRA (Bloody Sunday) e l'11 settembre (United 93) affronta il tema dei dossier fasulli che di fatto determinarono lo scoppio della seconda guerra del Golfo. Una storia assurda, il che giustifica però solo in parte la scarsa tenuta della sceneggiatura, appesantita da personaggi che non riescono mai a prendere quota (l'agente della CIA, la giornalista), mentre quelli che dovrebbero essere i protagonisti (Roy Miller e il suo "interprete") faticano ad assumere una consistenza che vada oltre gli slogan che sono costretti a pronunciare (rispettivamente sono qui per salvare vite umane e trovare le armi e non potete decidere voi il futuro di questo Paese). Non ci viene risparmiato neppure il funzionario "da salotto" viscido e manipolatore, che la prova di Greg Kinnear (l'unico nel cast che si sforzi di interpretare) riesce a riscattare solo in parte. Certo il ritmo, complice la fedele macchina a mano, è incalzante, il che aiuta ad arrivare in fondo senza troppa fatica, ma le sequenze d'inseguimento per cui Greengrass va (giustamente) celebre si fanno nel prefinale troppo esasperate per risultare davvero efficaci. Green Zone ha una certa eleganza figurativa, soprattutto per merito della sontuosa fotografia di Barry Ackroyd, che fa autentici miracoli soprattutto nelle tante scene notturne, e vanta almeno un paio di tocchi riusciti (la ricerca delle armi di distruzione di massa in un campo giochi, gli spettri dei prigionieri di guerra che compaiono furtivi, fra un'inquadratura e l'altra), mentre lo sberleffo all'amministrazione Bush (missione compiuta, recita una didascalia televisiva) sembra inserito a forza, quasi per obbligo didattico, in un contesto ben più serio(so). Un discreto dramma bellico, con più cose da dire (rivelare, denunciare, proclamare) di quante ne possa e ne sappia mostrare. Peccato.

L’America risorge sempre dalle proprie ceneri: questo film, prima politico che bellico (peccato per le parti enfatiche uscite dalla penna di Brian Helgeland), ricorda molto i thriller anni settanta, dove (la nuova) Hollywood metteva in scena i panni sporchi per farli, comunque, lavare da eroi casalinghi, additando da un lato la cattiva coscienza del paese e, dall’altro, preservando quest’ultimo nella certezza del lieto fine (dove la Verità salta fuori, sempre e comunque). Grazie al testo di base, il libro “Imperial Life in the Emerald City: Inside Iraq's Green Zone” di Rajiv Chandrasekaran, inviato a Baghdad del Washington Post, il film di Greengrass riesce a condensare in due ore “la questione irachena”, sposando la teoria (comprovata) del complotto governativo che sfruttò inesistenti armi di distruzioni di massa per giustificare l’attacco; Greengrass e Helgeland, inoltre, riescono a tradurla in un film d’azione alla Jason Bourne, in un thriller teso ed appassionante, con trame complesse ma ben dipanate, dove ogni ruolo/funzione si assume la propria responsabilità: la giornalista che pubblica, senza verificarle, le fonti (gli autori accusano la carta stampata che non ha contestato l’entrata in guerra), l’Intelligence che falsifica le informazioni, la Cia imbavagliata, il Presidente compiacente, il rappresentante del popolo, un soldato statunitense, che non vuole combattere senza causa e (segno di una maturazione culturale degli Stati Uniti da non sottovalutare) una controparte irachena che piazza (in modo anche troppo urlato) un “Non siete voi a dover decidere cosa è meglio per noi”. La “Storia” e le parti in causa sono mirabilmente richiamate senza perdere una battuta della corsa contro il tempo (contro chi insabbia), girata “alla Greengrass”, con il consueto e riconoscibilissimo stile da reportage (si è fatto le ossa con documentari in zone di guerra) che, da un lato, permette un’impressionante veridicità di messinscena (notevoli il lavoro di ricostruzione in Marocco, le scene di massa, il realismo dei conflitti), dall’altro infastidisce nel momento in cui s’affida totalmente a illuminazioni pseudo-naturalistiche, macchina da presa a mano e montaggio convulso o quando il “documento” cozza con l’affabulazione pilotata della sceneggiatura. Ciò non toglie che quest’opera, a tutt’oggi, sia la migliore del regista insieme a Bloody Sunday.