Commedia, Drammatico

GRANDI BUGIE TRA AMICI

TRAMA

Max riceve la visita inattesa dei suoi migliori amici al completo, alla vigilia del suo sessantesimo compleanno. Peccato che non li veda ormai da qualche anno, che si sia sentito abbandonato da loro, che nel frattempo si sia separato da Véro, abbia litigato con Eric, e stia nascondendo a tutti un segreto che lo angoscia. Per giunta, come qualcun altro del gruppo, non ha ancora superato la morte di Ludo e fatica ad accettare il tempo che passa.

RECENSIONI

Anche la Francia – non c'era motivo di dubitarne – ha il suo Gabriele Muccino, il suo menestrello di turgori e afrori, dolori e amori. Si chiama Guillaume Canet, e ben dieci anni fa sbancò il botteghino in patria – 5.4 milioni di spettatori, più due nomination ai César – con un film dal titolo Piccole bugie tra amici (in originale Les petits mouchoirs, letteralmente “i piccoli fazzoletti”, immaginando i fiumi di lacrime che la visione avrebbe provocato). Forse non tutti ricordano che quell'opera arrivò da noi, in Italia, con grosso ritardo, addirittura nell'aprile del 2012. Due anni di gap, per comprendere che uno scarto distributivo avrebbe potuto in realtà essere un campione di incassi, sulla scia di Giù al nord (2007) e Quasi amici (2011), Emotivi anonimi (2010) e Il mio migliore incubo! (2011). Insomma il terreno, per svendere la tipicità del prodotto francofono al miglior offerente, era piuttosto fertile, e venne ripescato anche l'agrodolce feuilletton di Canet, senza andare troppo per il sottile. Alla buona riuscita dell'operazione contribuì anche un gruppo parecchio assortito di attori che iniziava ad essere conosciuto e riconosciuto oltre i confini nazionali, con a capo della comitiva “la môme” Marion Cotillard e Jean Dujardin pre The Artist (ma per noi post, e probabilmente è stato proprio il suo nome a fare da traino principale). Si potrebbe a lungo disquisire su come quelle Piccole bugie racchiudessero un po' tutti gli stereotipi che amiamo odiare del cinema francese: straordinariamente autorefenziale ed egoriferito, fortemente connotato al melodramma e all'isteria, con un gran campionario assai superficiale di problematiche e questioni irrisolte. Un cinema che, nel suo impianto teatrale di personaggi macchiettistici, si compiace di se stesso e delle sue scene madri. Un tentativo – per nulla nascosto – di rifare Il grande freddo kasdaniano, con gli amici che si ritrovano in un'unità di luogo lontana dalla loro quotidianità (per inciso, Cap Ferrat) nonostante uno di loro sia ricoverato in gravi condizioni in ospedale.

Questa, che sembra una lunga introduzione, è in verità già una recensione: Grandi bugie tra amici (in Italia si continua a giocare con la prurigine dei segreti e dei pettegolezzi, mentre in Francia si opta per un più speranzoso Nous finirons ensemble, “finiremo, resteremo insieme”) ricalca in modo inutilmente fedele ciò che è già stato largamente masticato e digerito, è la replica artificiosa di uno schema drammaturgico che già di suo era un esercizio di stile. Solo che, constatato il doloroso scorrere del tempo, ora ci si spinge verso il ritratto generazionale di ampio respiro, verso i bilanci dell'esistenza e i fallimenti a cui stavolta non si può rimediare e che vanno semplicemente accettati. Letteralmente stipato di musica (espediente scaltro e poco corretto, per dare brio e movimento a scene e sequenze totalmente prive di ritmo e fantasia), Grandi bugie tra amici è ancora una volta un saggio di abilità attoriali, di autocelebrazioni accademiche mascherate da riflessioni socio-cultural-politiche sulla crisi dell'uomo contemporaneo. Non mancano – come in A casa tutti bene, tanto per tornare a Muccino – le grandi cene attorno al tavolo del soggiorno, che diventano riunioni per fare il punto e riassumere un po' le situazioni di ognuno, casomai ci fossimo persi qualche importante snodo della sceneggiatura. L'epicentro del terremoto emotivo resta la festa a sorpresa per celebrare i 60 anni del recalcitrante Max, ma al melò della banalità partecipano tutti, sfoggiando un immobilismo nostalgico e una testardaggine che sono anche ottimi termini per descrivere e connotare la pellicola di Canet. Uguale a se stessa, disconnessa dalla realtà contingente perché troppo concentrata su di sé, cocciutamente fuori tempo massimo e presuntuosa nel suo voler racchiudere il mondo in una pletora di bidimensionali luoghi comuni (ché magari, sparando nel mucchio, qualcosa di verosimile si riesce ad azzeccare). Troppo, e troppo poco: un involucro vuoto in cui fatichiamo a credere che qualcuno – di qualunque nazionalità, di qualunque estrazione sociale – possa seriamente riconoscersi.