Drammatico

GOOD NIGHT, AND GOOD LUCK

TRAMA

Il film si basa sulla storia vera del giornalista Edward R. Murrow che, nel 1953, mentre la televisione sta iniziando a imporsi all’attenzione del pubblico, conduce il notiziario “See It Now” sulla CBS e il talk-show “Person to Person” di grande successo. Edward si sente però più a suo agio nei panni del cronista e si appassiona al caso di un pilota della marina militare cacciato dall’esercito perché considerato un “rischio per la sicurezza nazionale” e poi dichiarato colpevole senza alcun processo. Murrow divulga la notizia durante il programma facendo entrare in scena il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy.

RECENSIONI

Con la prima regia ("Confessioni di una mente pericolosa") ha unito il talento della narrazione tutta cerebrale di Charlie Kaufman con lo stile dell'amico Steven Soderbergh. Alla seconda prova dietro la macchina da presa, George Clooney si dimostra ancora una volta molto attento all'aspetto visivo. L'argomento scelto è di quelli delicati e spesso dibattuti: le prime battaglie del giornalismo televisivo, agli inizi degli anni Cinquanta, durante l'epoca del maccartismo. La forma è molto sofisticata, con un bianco e nero di grande effetto perfettamente in linea con la trovata alla base del film di fare interagire la finzione con la realtà. Il senatore Joseph McCarthy, presidente della "Commissione per le attività antiamericane" e responsabile delle cosiddette "liste nere" contenenti i nomi di simpatizzanti comunisti, è infatti interpretato dal vero Joseph McCarthy, attraverso spezzoni di filmati dell'epoca. Il film, girato tutto in interni, è giocato prevalentemente sul contrasto tra lui e il giornalista Edward R. Murrow (David Strathairn, giustamente premiato a Venezia per il suo carisma), portatore di un punto di vista coraggioso sul ruolo del cronista, attuale allora come oggi, cioè colui che dovrebbe informare il pubblico senza i vincoli di condizionamenti politici ed economici. Tuttavia, il tema forte abbinato alla forma accattivante produce un risultato non del tutto convincente, a causa del tono predicatorio della pellicola. Il problema è quello classico dei film a tesi, dove il messaggio finisce per prevaricare il racconto. Così, nella descrizione della sala stampa della CBS, nei dialoghi di lavoro come negli scambi informali tra colleghi, prevale la rappresentazione sulla verità. A dominare è soprattutto l'esteriorità, sia nei personaggi (a partire dalla posa efficace del protagonista con la sigaretta sempre in mano) che nelle loro dinamiche, con alcuni passaggi particolarmente didascalici (la vittima sacrificale, che per suffragare la tesi non può mancare, e i dialoghi della coppia segretamente sposata). Apparentemente secco e senza fronzoli, il film è in realtà un esercizio di stile con finalità educative. Ad inficiarne la forza è la scarsa fiducia sulle capacità di discernimento del pubblico, che si trova a dover scegliere tra un uomo sgradevole e arrogante e un gruppo di impavidi giornalisti, pronti a collaborare con entusiasmo e motivati da un trasporto disinteressato verso il prossimo. La scelta di escludere totalmente la vita privata del protagonista lo priva di un'umanità che avrebbe contribuito a creare un personaggio a tutto tondo in cui poter davvero credere. Invece il "messaggio prima di tutto" pare uno slogan urlato senza il supporto di solide fondamenta, lasciando la sensazione di una seducente pennellata d'epoca, perlopiù superficiale.

George Clooney si affida ai documenti e ai materiali di repertorio, primi fra tutti le trasmissioni della CBS, ivi compresa quella condotta da Morrow (See it now) e alle registrazioni filmate degli interrogatori della commissione presieduta dal senatore McCarthy per costruire il suo amaro apologo sulla fine della libertà di stampa, un’elegia della televisione come mezzo di trasmissione della verità e non di manipolazione e falsificazione. L’autore tematizza l’annoso problema della manipolazione delle coscienze operata dai mezzi di comunicazione di massa imbastendo una sapiente docu-fiction nella quale il reale dialoga con la finzione. Se “reale” è lo statuto del “di fuori” dello studio di registrazione della CBS, un “esterno” non ricostruito perché “non ricostruibile”, in quanto popolato di personaggi stranger than fiction e vittime/capri espiatori la cui sofferenza è stata immortalata su pellicola (McCarthy e gli imputati del processo per attività anti-americane), l’“interno”, il “dentro” nel quale viene maturata la strategia di lotta per la verità è reso drammaticamente secondo gli stilemi del film da camera. In linea con lo spirito ed il modus operandi del cinema militante e liberal anni Settanta, al fine di coinvolgere lo spettatore conducendolo per mano nelle stanze segrete del potere, il regista opta per la ricostruzione “finzionale” non per piegare il “vero” alle esigenze del racconto ma per colmare, immaginificamente ed allo stesso tempo verosimilmente, il vuoto del non visto, del non o poco documentato, ampliando l’orizzonte della visione e del sapere attraverso il ricorso al possibilmente veridico, al “più che” ipotetico. Lo studio televisivo diventa allegoria di uno spazio mentale, ipostasi di una coscienza critica che non accetta l’inaccettabile, che lancia una sfida al sistema non dando per scontata la sconfitta con il Golia di turno; è lo spazio in cui si barricano i resistenti e da cui vengono lanciati messaggi inconsueti, che contraddicono le “verità” imposte dall’alto. Il vero Murrow, che si intravede sugli schermi televisivi dello studio della CBS, può convivere col suo alter ego cinematografico, il notevolissimo David Strathairn; gli occhi di ghiaccio del vero, viscido, psicotico “cacciatore di comunisti” trasudano un’abiezione morale che si scontra con lo sguardo fermo ed impenetrabile del “finto” Murrow e dei suoi complici, sguardo eloquente quanto le parole cariche di indignazione pronunciate dagli uomini che costituisco il nocciolo duro di quell’America sana ed autenticamente democratica che, ieri come oggi, si sente tradita, ingannata.
Quella di Clooney, oltre che un’opera matura e di stringente attualità – basterebbe sostituite i “nemici” del passato con i “nemici” del presente ed i discorsi del senatore repubblicano verrebbero terribilmente a coincidere con quelli di chi, oggi, tiene in mano le redini del mondo nella lotta contro il Male che minaccia la libertà – è una straordinaria “lezione di vero” in cui, dall’incontro tra fiction e non fiction, si palesa lo splendore della verità. Alla sua opera seconda, abbandonati gli eccessi ed i leziosismi del film d’esordio, il regista ci regala un film sobrio e rigoroso, quasi giansenista nel suo rifiuto della spettacolarizzazione, tanto cristallino nella sua geometrica scansione degli eventi (la seguente successione degli episodi si ripete con pochissime varianti nell’arco dei 90 densissimi minuti, quasi a voler conferire al mestiere del “vero” giornalista una sacra e laica ritualità: riunione mattutina dei redattori del programma, preparativi per la messa in onda, diretta della trasmissione, commenti e riflessioni del “dopo diretta”, canzone jazz che fa da chiosa alla giornata) quanto accorato e sincero nella minuziosa, lucida ed implacabile disamina delle falle del sistema democratico americano, dei “buchi neri” rimossi della coscienza troppe volte ottenebrata di un popolo che si (ri)scopre debole e a cui non basta sentirsi augurare la buona notte prima di coricarsi.

Clooney, dopo il pregevole CONFESSIONI DI UNA MENTE PERICOLOSA – che, se aveva un difetto, era forse in un certo eccesso di zelo stilistico – raggiunge un prosciugato traguardo con un’opera corale (le lodi sono per tutto il cast) di rara sobrietà, in cui, andando oltre il biopic e la vicenda in primo piano (quella del giornalista Edward R. Murrow), disegna il minuzioso ritratto di un periodo tra i più controversi della recente storia americana. La fotografia in bianco e nero non è semplice vezzo formale ma scelta obbligata per conferire all’opera il carattere di verosimigliante documento cui aspira (non è un caso che McCarthy appaia sempre e solo in immagini di repertorio). In questo senso è piuttosto intelligente il modo in cui l’autore fa cinema partendo dalla televisione e usandone il linguaggio: pubblicità, programmi, filmati d’epoca, intermezzi musicali, interviste sono tessere che ricompongono coerentemente un evento mediatico, in cui le vicende private dei personaggi, per quanto rilevanti, si stagliano come significativo sfondo. Un film che, nulla concedendo alla facile spettacolarità, si rivela non solo rigoroso contributo ad una causa (la disamina dell’operato del famigerato senatore, delle sue tecniche manipolatorie e dei suoi metodi antidemocratici che irridevano le regole si riflette sinistramente sul nostro presente) ma soprattutto convincente prova di regia.

Teso, asciutto, tagliente, Good Night, and Good Luck è un film di una densità linguistica e di una concentrazione (est)etica letteralmente impressionanti. Il clima di sospetto e l’atmosfera di terrore imperanti negli Stati Uniti degli anni ’50 - sfruttati dal senatore del Wisconsin McCarthy per la sua ossessiva crociata anticomunista - spiccano agli occhi dello spettatore con un’intensità e un’icasticità davvero dislocanti. Isolato nella sua dimensione agonistica, il braccio di ferro tra Edward R. Murrow e Joseph McCarthy acquista una pregnanza metaforica e una trasferibilità semantica pressoché assolute, non solo tollerando, ma addirittura incoraggiando una lettura ancorata alla contemporaneità. Lucidamente funzionali all’esemplarità del taglio semidocumentaristico risultano le scelte di sceneggiatura: il sorvegliato ricorso al materiale d’archivio (interviste, testimonianze e dichiarazioni) e l’esclusione della fase dell’inchiesta giornalistica vera e propria (il “farsi” dell’informazione) assicurano da una parte l’aggancio alla realtà storica, sollecitando dall’altra l’attualizzazione del discorso filmico.
Non ancora in possesso di una cifra stilistica forte, Clooney, intelligentemente, gioca di sponda col linguaggio visivo elaborato sul finire degli anni ’50 dalla prima generazione di cineasti provenienti dalla televisione (Lumet, Ritt, Delbert Mann e soprattutto Frankenheimer), riscrivendolo però in chiave neoumanista. Se la proliferazione degli schermi televisivi e la (rap)presentazione (auto)caricaturale del senatore richiamano prepotentemente The Manchurian Candidate (ed è questo, secondo chi scrive, l’autentico remake del capolavoro profetico e sperimentale di John Frankenheimer), Clooney impiega la misura del primo e del primissimo piano non tanto per ridicolizzare le già grottesche farneticazioni di McCarthy, quanto per cogliere squarci di insopprimibile umanità sul volto gloriosamente impassibile di Ed Murrow (un David Strathairn monumentale) e dei suoi collaboratori. Il carrello circolare intorno a Don Hollenbeck (Ray Wise) sfiora il sublime.

Il film di Clooney fin dalle prime immagini presenta la sua vera anima con la carrellata sulla sala dell’associazione giornalisti, dove i colleghi di Ed Murrow stanno chiacchierando in attesa del suo discorso. E’ una scena perfettamente fotografata nello splendore del bianco e nero in una efficace ambientazione anni 50, ma in queste immagini, così come nei dialoghi, si fatica a riconoscere quelli che nel film saranno veri personaggi dalle semplici comparse. L’appiattimento e la mancanza di spessore dei personaggi si evidenzia poi a pieno nello svolgersi della pellicola e non risparmia neppure il protagonista, un affascinante ed espressivo David Strathairn che ci vene consegnato come una perfetta icona del giornalismo eroico ma di cui non riusciamo neppure ad intuire l’autentica personalità; allo stesso modo le scene di gruppo dei giornalisti al lavoro si presentano come statiche e patinate rappresentazioni presepiali.
I tanti aspetti apprezzabili della pellicola (fotografia, contenuti, la minuziosa ricostruzione storica, l’utilizzo dei filmati del vero senatore Mc Carthy, ed il carisma del protagonista) purtroppo non ne compensano completamente la mancanza di dinamicità e un eccesso di didascalismo degno del cinema militante. Quello che ne esce è una raffinata, colta, e politicamente corretta cartolina. Ma al cinema si pretende qualche dimensione in più. Provaci ancora George, ma per ora non ti do la sufficienza (5 e 1/2)

Carlo Tonazzi