Fantascienza

GODZILLA (2014)

NazioneU.S.A / Giappone
Anno Produzione2014
Durata123'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Oceano Pacifico. Il tentativo della marina militare di sconfiggere Godzilla con un’esplosione atomica risveglia Muto, una terribile creatura. Quest’ultima ha un compagno con il quale vuole riprodursi, ma Gojira, riemerso dalle profondità del mare, parte all’attacco. E’ bagarre.

RECENSIONI

Reboot, Remake o Re-remake? Una volta era più semplice, c’erano i sequel e chi s’era visto s’era visto. Il Godzilla di Edwards è però l’evidente festeggiamento di un anniversario (il 60esimo): il lucertolone radioattivo viene strappato dalle ludiche (e sottovalutate) grinfie di Emmerich per essere celebrato in un film teoricamente serioso e ossequioso. E’ serioso perché non c’è (quasi) traccia di ironia più o meno auto- o più o meno camp. E’ ossequioso perché crea collegamenti precisi e circostanziati col capostipite di Honda (e relativi sequel/epigoni), a cominciare da quel 1954 a cui si fa diegeticamente risalire l’origine della vicenda, per arrivare alle fattezze di Gojira, identico all’originale, passando per il recupero della figura del mostro nemico di un protagonista rabbonito (novità, quest’ultima, introdotta dall’inedito in Italia San daikaijū chikyū saidai no kessen, del 1964).

Quello che ne risulta è però un lavoro disomogeneo e, alla fin fine, “inclassificabile” in senso non necessariamente buono. Ci sono, inizialmente, buone sequenze di suspense dall’epilogo efficacemente drammatico (l’incidente alla centrale), con una buona costruzione dei personaggi, pur inquadrabili nello stereotipo di genere (lo scienziato inascoltato). Ma ci sono già elementi stonati, che generano perplessità e malumori. La fissità inebetita di Watanabe, per dire, col suo procedere per sentenze epigrafiche. O le prime voragini di sceneggiatura: il modo in cui ci si accorge – ex post - che la larva era fuggita dalla base, distruggendo peraltro una buona percentuale della struttura della base stessa, rasenta il demenziale. Ma non è che un esempio (ed è solo l’inizio).

Perché in realtà, dall’entrata in scena del/dei mostro/i (procrastinata a dovere, come da manuale del monster movie) le cose iniziano a peggiorare. Il personaggio più interessante (Bryan Cranston) lascia il testimone al figlio (Aaron Taylor-Johnson), di espressività litica e spessore psicologico nullo. Lo script comincia a inanellare svarioni da fanta/action deteriore, fatti di coincidenze statisticamente irrilevanti e logiche oscure, mentre la regia sembra indecisa sul da farsi. L’idea di imperniare la vicenda sullo scontro tra Godzilla e la contaminatio tra suoi nemici/parenti storici (Rodan e Gyaos su tutti) ci potrebbe anche stare, ma bisognava fare una scelta di campo. Magniloquenza fisico/materica alla Del Toro (Pacific Rim) o sistematico disinnesco quasi antispettacolare, in nome dell’understatement capace di ricordare l’ingenuità dei “gommosi” film della saga originale?

Perché in realtà, le sequenze pensate, coreografate e girate meglio riguardano altro (il lancio col paracadute) mentre le scazzottate tra Kaijū, teoricamente il clou di tutta la faccenda, solo a tratti sembrano accennare all’epica mentre paiono più spesso svogliate e simbolicamente destituite di epicità dal filtro televisivo (il primo scontro è addirittura relegato in ellissi e riassunto su piccolo schermo nello schermo). Ne risulta il più classico dei mixed bag, non abbastanza teorico per i self-consciousness addicts, troppo poco caciarone per lo spettatore generalista a caccia di megapizze tra megamostri e costellato di vicoli ciechi di tono, senso, cifre stilistiche.

Non è più il tempo dei Monsters di Gareth Edwards, creature aliene capaci di smascherare con un'elettrica danza d'amore l'uomo, l'unico vero colonizzatore (di se stesso).  Perché i M.U.T.O sono tutt'altra cosa, forze incontrollate della natura che prendono il sopravvento, giganti pronti anch'essi a procreare senza però dare nessuna speranza se non quella di relegarci a insignificanti astanti.
Il monster movie mostra i nostri limiti di campo, ci esaspera nell'attesa di una comprensione totale del nostro sguardo che, nel momento stesso in cui avviene, è un’esperienza troppo al di là della nostra portata. E il finale contatto visivo tra Godzilla e il Tenente Brody, ne è la dimostrazione. Certo, possiamo trovare infiniti limiti a questo film, rimproverargli una sceneggiatura pressoché inesistente, una profondità psicologica dei personaggi vicina allo zero, un gioco di attesa, dilatato, che mette a dura prova la progressione narrativa; non si può però liquidare una così coerente ricerca di una prospettiva, sempre rimandata, parziale, incapace di racchiudere nella sua totalità il suo oggetto (il mostro), con colpi di regia e una mai eccessiva spettacolarizzazione.
L'umanità assiste al suo disastro senza poter far niente, non ha margine di azione, può solo vivere quanto sta accadendo come un nuovo spettatore. E qui è rivelatoria la più bella sequenza dell'intera opera, dove la task force di militari si lancia con il paracadute alla cieca, senza poter vedere cosa possa esserci oltre il buio della notte e il denso fumo. Il Requiem di Ligeti corona questa nuova alba dell'uomo, una metaforica discesa in un'era dove i dinosauri dominano incontrastati e camminano tra noi.
E Godzilla? Notevolmente in carne, fa il suo lavoro da eroe del momento, riporta la luce, in netto contrasto con gli avversari che si alimentano di essa, e ci delizia con una fatality fosforescente da applausi. Qua la zampa, Gojira.