Drammatico

GOCCE D’ACQUA SU PIETRE ROVENTI

Titolo OriginaleGouttes d'eau sur pierres brulantes
NazioneFrancia / Giappone
Anno Produzione1999
Durata90'
Sceneggiatura
Tratto dadalla piece Tropfen Auf di Rainer W. Fassbinder
Fotografia

TRAMA

L’incontro tra il giovane Franz e il maturo Leopold segna l’inizio di una relazione e di una tormentata convivenza, complicata dall’entrata in campo delle loro ex.

RECENSIONI

Questa coproduzione franco-giapponese si basa su una piece dell'indimenticato Rainer Werner Fassbinder, e si sente. Il merito più grande di Ozon è senz'altro quello di saper sfruttare al meglio l'impianto teatrale del film, muovendosi con precisione attraverso gli spazi di un appartamento-prigione che è prima di tutto una rielaborazione dello spazio teatrale attraverso il cinema, uno spazio ristretto dal quale non si esce per nessuna ragione che però viene mostrato da angolazioni differenti.
Il film è ambientato nella Germania degli anni '70 ed è nettamente diviso in due parti, inizia come un melodramma gay basato sulla storia d'amore via via sempre più travagliata tra il ventenne Franz (Malik Zidi) e il cinquantenne Leopold (Bernard Giradeau). Quando Anna (Ludivine Sagnier, fascinosissima), la ex ragazza di Franz e Vera (Anna Thomson), un'amica transessuale di Leopold, fanno il loro ingresso in scena il film vira con violenza verso toni ferocemente grotteschi (semplicemente da antologia la sequenza dei quattro protagonisti che ballano allineati) e Leopold smaschera a poco a poco la sua vera, terribile essenza, ovvero quella di un personaggio demoniaco e glaciale, che sfrutta e sottomette le persone che cattura, rendendole schiave di sé e imprigionandole nel suo appartamento dal quale non si esce nemmeno con la morte. 
Un film di una crudeltà infinita, un capolavoro di sottile ferocia concepito per urtare in profondità, gratuitamente. Semplicemente un ritratto del male. 
Gli interpreti sono tutti e quattro semplicemente strepitosi.


Come ha detto spesso Fassbinder: “non esiste l’amore, ma solo la possibilità di un amore”.

L'imberbe Franz precipita nella trappola del navigato Leopold. O forse è vero il contrario: è l'attrazione del maturo viveur per la fragilità (apparente?) della sua "preda" a trasformare uno spazio altrimenti neutro dapprima in un rifugio, quindi in un carcere, in una sala delle torture e infine in una camera mortuaria. Siamo di fronte a uno spazio teatrale, e difatti i personaggi si muovono seguendo un canovaccio seduttivo che il regista ripropone, con minime varianti, da una sequenza all'altra, a sottolinearne la natura meccanica, generatrice di una soddisfazione e di una serenità a dir poco effimere. Inchiodati alle rispettive maschere, i personaggi si opprimono l'un l'altro: tutti sono colpevoli, nessuno è innocente. Pedine di un gioco da incubo, vittime designate di un meccanismo infernale che, dal momento in cui viene innestato, è inarrestabile e finisce per schiacciare chi tenta, maldestramente, di sottrarvisi.


Sussurri insinuanti e grida falsamente liberatorie in rarefatta e dilaniante mescolanza: l’amore è una Ronde in cui fuoco solipsistico, avversione reciproca, orrore riflesso, muta disperazione si (con)fondono con insensata, inevitabile, rigorosa crudeltà. Come una musica misteriosamente sbocciata dalla commedia di Fassbinder (resa ancora più corrosiva dal regista), Gocce d'acqua su pietre roventi inizia con levità, cresce impercettibilmente e irrefrenabilmente a ogni inquadratura, affila il rasoio di una crudeltà esacerbata e struggente su corpi e pensieri stritolati da incubi rivelatori e occulta (ir)realtà, tronca (con bruciante, segreta, etimologica compassione) l’illusione costituita dal fantasma di una libertà in grado di condurre fuori dello schermo, oltre la nitida, stritolante griglia del testo filmico. L’astratto furore di Sitcom e i molteplici labirinti di Amanti criminali trovano un’espressione di perfetta eleganza e sussurrata devastazione, presagio del claustrale esperimento di 8 donne e un mistero.