Commedia

GO GO TALES

TRAMA

New York. Il Paradise, locale di go go dancers diretto da Ray Ruby, è sul lastrico. Il fratello di Ray decide di tagliare i finanziamenti, la padrona del locale pretende affitto ed arretrati, le ragazze reclamano lo stipendio. Ruby trova però il riscatto nella stessa dipendenza che l’ha portato al fallimento, il gioco del lotto, che gli riserva una vincita considerevole. Il biglietto vincente, però, scompare e le esigenze dell’intorno si fanno decisamente pressanti.

RECENSIONI

“Per capire un’opera e poterla giudicare in maniera sensata bisogna dare ad essa un qualche vantaggio” Theodor W. Adorno

Jam session sbrindellata al termine della notte, Go go tales accantona le lacerazioni infette di tragedia, l’immediatezza disturbante dell’impeto, la foga e la foggia brutale della visione, sostituendo alla potenza basica, disperata e urlata del dramma il sussurro pacato della commedia, alla violenza scomposta del dissidio una vena di rassegnata, seppur dolente, autoironia. Il Paradiso declassa a strip-club, la profondità degli squarci interiori si rimargina, assorbita totalmente dalla logica svilente della sopravvivenza economica e così il cinema di Ferrara, il suo sogno (con queste parole Ray Ruby, evidente alter ego, chiama il Paradise nel monologo finale), arranca in un budget striminzito, sudato, nell’esilio di una Cinecittà che s’atteggia imbarazzata a Grande Mela. Go go tales è nascosto dietro un teatrino sghembo di corpi e gag posticce, intento a elemosinare un pubblico, fosse pure rincorrendolo per la strada, è l’arruffato tentativo di far pulsare un cuore cui è negato spazio, ritagliando scampoli di spettacolo per mostrare la propria anima, addensata nella passione dilettantesca, pura, di una ballerina fallita (su cui, non a caso, si apre il film), di attori abortiti, cantanti allo sbaraglio. Davanti a loro nessuno, eccetto i parenti, e la metafora è chiara quanto ai nostri occhi struggente. Per vendere: vendersi (cfr. il frammento in cui la Rocca vende al produttore il suo film). Opera in cui la coralità è strumento per animare il luogo, elemento fondamentale del film, il cui fulcro è nel rapporto tra ambiente e protagonista (Ray Ruby e il Paradise, Abel Ferrara e il cinema), Go go tales scivola spesso nell’imbarazzante, non curante della goffaggine di certi snodi, del trito risaputo di altri, dell’incostanza e della scarsa nitidezza dei toni, incapace di sciogliere in fluidità narrativa né l’artificiosità delle trovate né il presunto concerto attoriale, macchinoso susseguirsi di assoli su partiture stantie o incoerenti. Qui l’imperfezione non vibra, non squarcia, occlude: a un cineasta dell’urgenza non può calzare il territorio più elaborato, più cerebrale, più ponderato della commedia. Così Ferrara riflette con distacco su di sé, cineasta e a forza mercante: fisiologicamente ai limiti dello sconforto, la pellicola è solo un sintomo.

Un ringraziamento ad Alessandro Baratti per avermi sollevato dalla castrazione critica dell’amarezza senza se e senza e ma a cui questa pellicola mi aveva costretto, un sentimento proporzionale all’amore coltivato per il cinema di Ferrara e in grado di frustrare ogni volontà di andare oltre la superficie di un film oggettivamente poco riuscito. E’ il suo commento, precedente a questa recensione e a cui questa recensione è largamente debitrice, ad avermi riportato alla memoria la citazione posta in apertura.

Oggetti di puro consumo visivo, le go go Girls sono pelli su cui apporre delle banconote, impalpabili corpi spettacolari. Oggetto di puro consumo visivo, Go Go Tales è pellicola alla quale consegnare delle banconote, evanescente corpo spettacolare. Assimilazione rozza, brutale, sguaiata: letteralmente e metaforicamente le go go girls incarnano il film che stiamo vedendo, senza possibilità di errore un film sullo showbiz. Già perché Go Go Tales è – tenersi forte! - un film debordiano sull’inalterabilità dello spettacolo (donde il ripetersi di situazioni pressoché identiche), sulla sua inarrestabilità (donde l’esibizione a turno di tutti i personaggi del “Paradise”), sulla sua perpetua irreversibilità (donde l’intrinseca necessità di reinvestire i soldi della vincita). Un film di sconcertante serenità, indifferente nei confronti del proprio aspetto, olimpico nella rassegnata lucidità con cui enuncia l’impossibilità di fare cinema al di fuori della dimensione dello spettacolo (come se la permanenza in Italia avesse mostrato a Ferrara l’immanenza dello spettacolo). Non si tratta di geografia reale, ma di politica dell’immaginario: New York o Roma non cambia, lo showbiz proclama la sua tirannica, indisturbata ubiquità, macinando corpi e menti, intelligenze e cuori, esistenze.
Con lo spettacolo non si può che giocare, cercando di spiazzarlo, sorprenderlo: ecco allora il détour(nement) nella commedia, praticato con inappuntabile disinvoltura. È il disinteresse, l’ostentata indifferenza nei confronti della propria spettacolarità a costituire la sola chiave di lettura per Go Go Tales: non vi è magnetismo nelle immagini, non vi è seduzione, anche i passaggi potenzialmente suggestivi (la canzone intonata da Willem Dafoe) o gastronomici (la lap dance delle ragazze) sono impataccati o ustionati senza ritegno. Insomma, se Go Go Tales è un brutto film (e lo è spavaldamente, debordianamente), lo è a bella posta. Splendida perversità: assimilando gli spettatori a cani (si veda la sequenza in cui i due animali nel night si guardano intorno circondati da corpi femminili), il film di Ferrara chiede di essere disprezzato (disprezzandolo se ne riconosce l’antispettacolarità) e al tempo stesso di essere apprezzato in negativo (come ciò che non è).
Ma se con Mary Abel rovesciava, improvvisamente illuminandola, la tenebrosa religiosità del suo cinema, il secondo film della stagione romana del cinquantasettenne cineasta newyorkese ci consegna una visione di irrecuperabile, disincantato pessimismo: non c’è drammaticità in questa capitolazione, la sofferenza è ormai svanita, la disperazione rimpiazzata dal ghigno sardonico di chi ha capito come funziona il sistema e ha deciso di giocarci, mettendone in scena l’inespugnabilità, la chiusura ermetica (le contaminazioni video tanto care a Ferrara non fungono più da interferenze centrifughe, come in Occhi di serpente e in Blackout, ma da operatori di chiusura: telecamere di sorveglianza). Attenzione: non si tratta di suicidio artistico (il che significherebbe confidare nella possibilità di una rinascita, riconsegnandosi ancora una volta allo spettacolo), ma di una dichiarazione di raggelante, siderale nichilismo nei confronti del cinema e del suo macabro teatrino di morti. Uno sprezzante e sarcastico atto di resa filmato per procura. A nome Guy Debord.

N.B.- Non darò a questo film nessuna valutazione numerica: se qualcuno gioca voglio partecipare anch’io.