Drammatico

GLORIA MUNDI

TRAMA

Una famiglia a Marsiglia oggi, la nascita della piccola Gloria.

RECENSIONI

IL MONDO DI GLORIA

Al terzo pastis, gli avevo detto che rifiutavo l’idea che la Storia fosse l’unica forma di destino.
Jean-Claude Izzo, Chourmo

Gloria Mundi inizia con una nascita. Robert Guédiguian omaggiaVita di Artavazd Pelešjan e rende concreto l’interrogativo retorico di questi anni: «Cosa sarà dei nostri figli?». Ebbene eccola, una nostra figlia, la piccola Gloria partorita sul Requiem di Verdi, neonata e incosciente che viene portata in giro per il film e il racconto, attraversando così i movimenti delle sue problematiche figure. Non sa, Gloria, non capisce eppure è lì. C’è. Il solo esserci, la metafora fatta tangibile, offre subito l’ennesimo esempio della strategia del cineasta: prendere il tema e mimetizzarlo nella storia senza dirlo, insinuarlo con un evento narrativo tradizionale (la nascita) che implicitamente assume significato più ampio e universale. Gloria Mundi: Gloria del Mondo. La bambina viene alla luce e da quel momento appartiene al mondo intorno: un universo di personaggi complessi e contraddittori, che si muovono in un contesto spietato ma fanno anche errori, non capiscono e tradiscono.

Mathilda (Anaïs Demoustier) è la madre della bambina con contratto a tempo e in difficoltà economica, sposata con Nicolas (Robinson Stévenin), autista in competizione con altri autisti, e amante del cognato Bruno (Grégoire Leprince-Ringuet) che con la moglie Aurore (Lola Naymark) gestisce un banco dei pegni. I nonni di Gloria sono Richard e Sylvie (Jean-Pierre Darroussin e Ariane Ascaride), ma soprattutto il “terzo nonno” è Daniel appena uscito di prigione raffigurato nello sgualcito Gérard Meylan. Il consesso di questi sette personaggi costituisce il mondo di Gloria e rinnova una perenne ballata marsigliese: nella scrittura di Guédiguain con il fido Serge Valletti si convocano la crisi del lavoro, lo sfruttamento dei deboli come forma di occupazione (come In questo mondo libero... di Ken Loach: il banco dei pegni e l’agenzia interinale, retti dallo stesso principio), la guerra tra poveri, la rottura del vincolo di solidarietà perfino nello stesso nucleo domestico (la “sottotrama” di Mathilda e Bruno). Sullo sfondo aleggia il fantasma di un’ideologia, non certo la sua resistenza; emblematico è il personaggio di Sylvie che rifiuta lo sciopero sottolineando l’irrilevanza del risultato, una disillusa che fa da negativo al Darroussin ne Le nevi del Kilimangiaro. Gloria, intanto, passa di mano in mano, segnalando in sé una responsabilità, la necessità di una presa in carico.

Il sistema è il nemico invisibile per il marxista Guédiguian che gira un film amaro, forse il suo più cupo e desolato, ma sceglie anche di chiudere in un finale sottilmente umanista: Daniel, poeta di haiku, si immola per consegnare una seconda possibilità alla famiglia e quindi un domani a Gloria. D’altronde lo spiraglio è già nel titolo (Sic Transit: la fortuna girevole) e si sostanzia nel racconto con improvvisi slanci di sentimento, indissolubilmente legati alla città portuale («Volevo rivedere Marsiglia», dice Meylan quando prende il bus: l’ex detenuto Daniel pare un apocrifo di Izzo). Se nel variegato tratteggio dei caratteri non tutto funziona, e alcuni sono più solidi e risolti di altri, Gloria Mundi si inserisce certamente nei grandi film sulla crisi dell’oggi: gli ultimi Loach, perché l’autista Nicolas non è lontano dal rider protagonista di Sorry We Missed You (guidare e consegnare sono un servizio per un altro - da servire -: campo della nuova ingiustizia e quindi dello scontro di classe); il dittico imprescindibile di Stéphane Brizé, La legge del mercato e In guerra, ma anche Le nostre battaglie sull’intreccio tra la vita lavorativa e quella intima, di fatto inestricabile. Mentre quei cineasti nei loro titoli evocano conflitti, però, il regista qui sceglie un nome che emana luce, nella speranza quasi provocatoria di diradare le nubi malgrado tutto.

I cinefili più radicali non perdonano a Guédiguian la cosiddetta “militanza”, come se non fosse anche questo un genere; gli odiatori del cinema politico lo accusano di dettare una ricetta laddove, come detto, in questo contemporaneo non ve n’è più alcuna; i fanatici dell’immagine minimizzano il lavoro del regista perché sarebbe troppo centrato sull’argomento, come se il suo modo di girare non fosse una miniera di sequenze memorabili: la passeggiata marsigliese di Richard e Daniel, le apparizioni di Gloria, l’aggressione nello studio medico, tutte le riunioni di famiglia sono passi che restano oltre lo schermo.

Coppa Volpi ad Ariane Ascaride al Festival di Venezia 2019.