Thriller

GLASS

Titolo OriginaleGlass
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2019
Genere
Durata128'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Kevin Wendell Crumb, David Dunn e Elijah Price si ritrovano detenuti nella stessa struttura. La Dottoressa Staple cerca di convincerli che non hanno superpoteri ma, evidentemente, non riuesce ad essere molto convincente.

RECENSIONI

 

Colpi di scena, agnizioni, riletture obbligate. La vulgata del cinema di Shyamalan dice, soprattutto, questo. Non dice tutto ma non dice male. E dice di più di quello che vuole dire. Unbreakable era il film di un Autore non ancora riconosciuto come tale e – quindi – venne liquidato come un Sesto Senso in minore. Per farlo capire, e apprezzare, Shyamalan ha dovuto ampliare la sua filmografia, fissarne le coordinate, cristallizzare le sue cifre stilistiche e, soprattutto, teoriche. Che Unbreakable era bello lo si scopre a posteriori, quando il colpo di scena distribuito di film in film diventa finalmente chiaro e costringe a rileggere e riconsiderare quello che è successo prima. “Come in un film di Shyamalan”.
Split aveva una doppia personalità che, sul finale, si scopriva tripla: non solo il più teorico tra i film di Manoj ma anche il più “praticamente” e tradizional(ment)e Thriller, che finiva per annullare il (falso) colpo di scena finale (la bestia esiste) con un’appendice beffarda quanto inattesa: il film era un sequel di Unbreakable. Agnizione nell’agnizione, secondo colpo di scena extradiegetico, extratestuale, extratutto, che forza i limiti dello shyamalanianesimo stesso. In genere, i segni disseminati nel film diventavano improvvisamente sensati – si prenda Signs a mo’ di saggio auto-esplicativo -. In Split, invece, c’è un incastro improvviso senza indizi pregressi, senza tessere da far combaciare.

E si arriva a Glass. Una chiusura di trilogia che prosegue sui binari rischiosi di Split, alzando la posta. Shyamalan riprende il discorso (ante litteram) sui Cinecomic iniziato nel 2000,quando l’Era Marvel era ancora un’ipotesi (lo stesso anno usciva X-Men, l’alba del Marvel Movie). È un dialogo a distanza col supereroismo cinematografico, una sua decostruzione arty che disinnesca il genere di riferimento, toglie leggerezza ed epicità virando all’implosione i tratti caratteristici. C’è il costume cool che diventa un poncio. C’è lo showdown che però si svolge in un parcheggio, in completo understatement, al riparo da occhi indiscreti. C’è la origin story che però muta in epilogo tragico.
Ma c’è soprattutto un regista che perfeziona l’approccio tutto teorico e autoreferenziale sul proprio cinema, che ormai sembra talmente sicuro di sé da sfiorare l’arroganza. La credibilità, la verosimiglianza sono trattati come orpelli poco utili – e poco importanti -. C’è da costruire una trilogia ex post, (quasi) dal nulla, cercando incastri impossibili tra tasselli ipotetici, e creando una  continuità tutta cinematografica (il piano sequenza in cui il destino del padre di Kevin confluisce nel – bellissimo – incipit di Unbreakable, con quel movimento di macchina che si inventa un campo-controcampo incastonato nell’intercapedine tra i due sedili del treno). Shyamalan si prende tutto il tempo che gli serve, rischiando la noia nella prima parte per poi crescere, in un’esplosione che sa di implosione, verso il finale. Che ovviamente è doppio. Il finale tragico e inatteso (la morte dei tre protagonisti) e il post-vero finale di/alla Shyamalan, in cui viene svelato il vero progetto di Glass (personaggio e film).

Manoj si conferma regista stra-ordinario, capace di coniugare grande ricercatezza formale e apparente semplicità. Nello specifico, il tratto che lo caratterizza di più mi sembra la capacità di traslare il filmico nel profilmico. Se c’è da fare un split screen lo si fa on screen, davanti alla cinepresa, e al montaggio tradizionale preferisce sovente quello interno all’inquadratura, fatto di composizione del quadro e profondità di campo.
Mi si consenta, in chiusura, una piccola, superflua, probabilmente decentrata nota finale. L’enigma del successo. Il cinema di Shyamalan, così personale, così autoriale, così autoreferenziale, così studiatamente anti-spettacolare, ha successo. Operazioni così raffinate che sembrano sabotare l’entertainment classico intrattengono e si trovano a loro agio in qualunque (multi)sala gremita, tra pop-corn, nachos con salse e bibite ipercaloriche. Una specie di strano cortocircuito virtuoso, del quale compiacersi, nella speranza di un futuro migliore.