Drammatico

GIULIA NON ESCE LA SERA

TRAMA

Guido Montani, scrittore in ascesa candidato a un importante premio letterario, sta attraversando un periodo di crisi sentimentale e creativa. Quando la moglie Benedetta e la figlia Costanza traslocano in un’altra abitazione, lui decide di starsene da solo per concentrarsi sulla scrittura e raggiungerle in un secondo momento. Approfittando dell’iscrizione annuale al corso di nuoto di Costanza, che non intende più proseguire le lezioni, Guido si presenta nella piscina in cui lavora come istruttrice Giulia, detenuta che gode del regime di semilibertà ma che deve ancora scontare sette anni di pena per omicidio. Tra i due nasce qualcosa…

RECENSIONI

“Io a galla ci so stare”, “Tutti si aggrappano a qualcosa”, “Io lo so che per te è difficile perdonarmi”, “Non ti piace come scopo, dimmi cosa ti piace”: se queste eburnee battute di dialogo non vi sembrano brutture raccapriccianti, è possibile che Giulia non esce la sera non vi getti nello sgomento o nello sconforto più totale. In caso contrario avete tutta la mia comprensione e il mio appoggio ma il film non vi risparmierà, tormentandovi ininterrottamente con pipponi inarrivabili su come si diventa scrittori, sulla precarietà dei sentimenti, sull’insensatezza del successo, sulla perdita della libertà e sulla fragilità degli esseri umani. Nonché sulla morte, ovviamente. Dopo lo struggente La vita che vorrei, mélo metafilmico all’insegna dell’eccesso, Giuseppe Piccioni confeziona una pellicola artificiosa e sconclusionata che si incipria col cinema francese (da Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy a L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais), civettando apertamente con quello domestico d’antan (Una giornata particolare di Ettore Scola). La forzatura regna sovrana: personaggi schematici e risaputi (lo scrittore in crisi nel bel mezzo del successo, la moglie estranea alla sensibilità del marito, la figlia scostante, l’amante ombrosa e vulnerabile), situazioni sotto la soglia della plausibilità minimale (il rapporto tra Guido e la moglie Benedetta, le “sdottorate” del giovane Filippo, la lettura del brano letterario nel consesso di vecchie bacucche) e inserti surreali letteralmente irricevibili (i frammenti dei racconti che Guido sta scrivendo precipitano nella realtà!). Ma non è tutto, la rosa più spinosa del mazzo è quella della presunta riflessione sui temi dispiegati dalla pellicola: la scrittura come strumento di affermazione sociale o motivo di vita, la libertà come condizione che trascende la segregazione spaziale per diventare stato (ele)mentale, l’essere genitori come ruolo che travalica il semplice aspetto biologico per affermarsi come responsabilità da esercitare quotidianamente. Aggregazioni tematiche, queste, che il film propina come questioni problematiche (presentandole di volta in volta sotto luci diverse), senza tuttavia sviluppare alcuna elaborazione degna di nota, ma spostando semplicemente l’accento da una sillaba all’altra. Parco attori: a Mastandrea (Guido) vanno vistosamente strette le inquadrature rettangolari del cinema, Valeria Golino (Giulia) è murata viva in un personaggio che la condanna per l’ennesima volta al ruolo di donna oppressa da condizionamenti di qualsivoglia natura e Sonia Bergamasco si mortifica nella parte della moglie insensibile e ottusa fino ad uscire ermeticamente di schiena. Primi e primissimi piani in quantità medicinale, fotografia idrica di Luca Bigazzi e musiche dei Baustelle (con la partecipazione di Valeria Golino nel brano “Piangi Roma” sui titoli di coda). Signori, il cinema italiano medio.

Lo scrittore è alle prese con un nuovo libro ma le idee latitano. Guido ne accarezza due (la venditrice di ombrelli e il suo cliente innamorato, il prete e la lap-dancer), le abbandona, le riprende: i due nuovi racconti lo ossessionano, l’incubo della pagina bianca lo attanaglia, lo insegue dappertutto. La moglie e la figlia se ne vanno nella nuova casa, lui non abbandona ancora la vecchia, vuol far crescere in essa la nuova ispirazione che finalmente è germogliata guardando l’istruttrice di nuoto di sua figlia, vuol restare da solo a scriverne. Giulia è il nuovo personaggio del suo libro e tutto quanto la concerne nel film è la rappresentazione del racconto che lo scrittore le dedica: Giulia non esiste se non nella fantasia di Guido, lo accompagna assieme a quelle altre idee, meno strutturate, più banali e risapute che ogni tanto rifanno capolino, richiedono attenzione e che vengono messe da parte in favore della principale. Giulia è il centro del racconto la cui ispirazione richiede tutta l’attenzione dell’uomo, tutta la cura necessaria perché, Guido lo sente, Giulia sarà la protagonista del testo di punta del suo libro (Storie di uomini nell’ombra): e infatti quando la bozza finisce nelle mani di Attilia, l’editore, l’idea viene ben accolta e indirizzata: “Della figlia vorrei saperne di più”. Lo scrittore allora fa virare la storia, dà maggiore sostanza a quel personaggio, vince le resistenze di Giulia, un carattere deciso che non poteva essere forzato, attraverso una lettera, addirittura abbandona l’incontro pubblico e perde l’importante intervista quando la sua idea lo raggiunge lì, nel momento meno opportuno: Giulia, il suo personaggio, sta per parlare con la figlia e porta Guido lontano dai suoi impegni ufficiali a scrivere quel dialogo così urgente. Non c’è una sola scena del film in cui Guido e Giulia interagiscono con terzi personaggi, siano essi in piscina, alla spiaggia o all’incontro col pubblico (in cui la prova definitiva dell’inesistenza di Giulia viene esperita: la donna è lì, ma la moglie di Guido non la degna di uno sguardo, come se non esistesse. “Che cazzo ride?” (dice Giulia/) pensa Guido guardando la moglie, seduto con la sua invisibile ispirazione). Il suicidio di Giulia chiude il racconto: è un nuovo finale senza speranza, uguale a quello che la moglie rimproverava al libro precedente.
Già alle prese con il metafilmico La vita che vorrei (opera apprezzabile, minata da una dialogistica discutibile, esattamente come questo) Piccioni gira un film molto ambizioso in cui il confine tra superficialità e profondità, mediocrità voluta (le fantasie deboli sono rese debolmente) e non cercata mi pare difficile da tracciare con certezza. Mi sento di premiare l’idea e l’impianto della pellicola più del suo svolgimento e dell’ambientazione (la descrizione del mondo letterario è di raro semplicismo, l’intreccio della crisi del Guido scrittore con quella del Guido marito e padre è appiccicata) apprezzandone singoli dettagli, arrabbiandomi tantissimo per le tante, troppe ingenuità.