Drammatico

GIRAFFADA

Titolo OriginaleGiraffada
NazioneCisgiordania/ Italia/ Francia/ Germania
Anno Produzione2013
Genere
  • 67798
Durata85’
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Qalqylia, Palestina. Un bombardamento colpisce uno zoo, una giraffa resta sola. Occorre rubare un’altra giraffa per permetterle di non morire.

RECENSIONI


Il cinema su Palestina/Israele 2014 prende forma animale. Un genere, nei nostri anni, eseguito da varie angolazioni, dallo scambio in culla “unificante” de Il figlio dell’altra al piano sequenza politico in Ana Arabia, ma a memoria inedito con questi estremi: il film sulla questione palestinese incontra l’animal movie. La giraffa è correlativo oggettivo della terra palestinese: ferito e prostrato, l’animale dopo il bombardamento israeliano rifiuta il cibo, si lascia morire per consunzione. Per salvarlo bisogna attraversare un confine/barriera, la linea armata fra due Stati, trovare un compagno e congiungere platonicamente le due metà per garantire la sopravvivenza. La necessità dell’altro, per la giraffa, diventa metafora politica: nell’unione bestiale, fra esemplari originari di zone opposte e avverse, anche Palestina e Israele combaciano, ovvero si incontrano l’una con l’altro e ipotizzano una possibilità di pacificazione. Allo scopo è accordato anche un arresto: la cattura di Yacine, pegno del finale agrodolce, porta con sé una nota di speranza. Qualcosa può cambiare.


Il riferimento alla fiaba è evidente: seppure “ispirato a una storia vera”, l’esordiente Rani Massalha ne rispetta lo schema, a partire dalla divisione manichea buoni/cattivi (i soldati israeliani sono molto cattivi) e la presenza di un “eroe”, qui il padre-veterinario in cerca di un miracolo che esplicita l’allusione al magico, da sempre costola della favola. L’antagonista è la stessa questione palestinese nelle sue manifestazioni concrete (confini, divieti, armi, soldati), in veste di aiutante c’è una giornalista francese come sguardo crusoeiano sul contesto, l’occhio estraneo da fuori, che passa progressivamente dall’entomologia all’implicazione. Inoltre, la storia è osservata da altezza bambino: la prospettiva giovanissima di Ziad giustifica, diegeticamente, l’andamento favolistico del racconto e dovrebbe assolvere le sue semplificazioni. E via con la fuga liminare avanti e indietro al confine, gli ostacoli da superare, il road movie con giraffa in terra straziata, il semi-lieto fine venato di malinconia, l’assenza di una piena catarsi nel luogo di guerra.


Giraffada convince? La risposta è “dipende”. Dipende quanto si è disposti a prendere/lasciare una parabola chiara, quasi sfacciata (i personaggi si dicono tutto), di narrativa meccanica (l’evoluzione del rapporto Yacine/Laure), sentimentalismo spinto, simbolo spesso invadente. Dipende dalla posizione verso un film dove l’argomento si mangia il linguaggio. C’è però una certezza: la discrasia tra la drammaturgia consolidata sulla questione palestinese e la libertà di movimento della fiaba è davvero dislocante, innesca un sabotaggio dentro il meccanismo e alla fine produce una leggera anarchia. Così i territori si “liberano” simbolicamente nell’incedere di una giraffa in digitale, che avanza indifferente al conflitto perché, di fatto, non appartiene alla guerra ma alla favola, un altro genere/mondo che non teme fucili puntati.