Giallo argentiano

GIALLO

TRAMA

Torino, un serial killer massacra belle donne. Sulle sue tracce c’è l’oscuro ispettore Enzo Avolfi e la sorella di una ragazza rapita. Unico indizio: l’assassino è giallo…

RECENSIONI


Prima straight to DVD, poi fugacemente in sala, negli Usa bloccato dalla denuncia di Brody contro i produttori, poi sbloccato: Giallo è il titolo più sofferto del regista che, lo sanno tutti, non si riferisce solo al particolare testuale dell’ittero dell’assassino (e dunque al colore giallo come elemento costitutivo dell’intreccio), ma circoscrive cromaticamente una riflessione sul genere, ovvero il suo genere. E la riflessione si forma in senso etimologico: Dario Argento riflette sé stesso. Nell’atto stesso di farlo, in realtà egli ammette che ne è fuori, una stagione remota non è recuperabile, quel cinema non si riscrive (si sceneggia con due mestieranti, Jim Agnew e Sean Keller) ma si può solo replicare. Non c’è rievocazione, al contrario di Tulpa, ma esercizio di necrofilia applicata sull’esposizione del proprio linguaggio: Argento passeggia dentro Argento, così si spiega il bignami di rimandi, l’autore passato che si cita (uno per tutti: l’incipit in teatro come 4 mosche di velluto grigio), il ricorso consapevole al topos assoluto.


Una turista orientale si separa dall’amica, sale in taxi da sola, l’autista cambia strada e in breve la aggredisce. Il motivo musicale di Marco Werba è talmente incompiuto che non imita nemmeno i celebri jingles argentiani: il “film di Dario Argento” è subito disossato, in ogni fotogramma, si percorre evidentemente il corpo dell’Argento che fu. In questa versione post-giallo, è proprio l’itterizia che dà senso al tutto: il colpevole è giallo, giallo non è il mistero ma lo scioglimento (il killer si vede subito), la soluzione è il genere stesso. Il giallo è la risposta, per Argento, l’unica ipotesi possibile per continuare a girare: da qui la necessità di concretarlo, colorare il genere e ingiallire il mostro della storia. Il riflesso di sé è solo mascherato da trama, ma il travestimento non tiene: come il volto finto del mostro, volutamente “falso”, prodotto di un make-up posticcio.


Non a caso Adrien Brody interpreta sia il detective che l’assassino, in pseudonimo retrò “Byron Deidra”: in un cortocircuito hitchcockiano, che illumina ulteriormente il senso interno del discorso, poliziotto e killer sono scenicamente la stessa persona, formando una coincidenza degli opposti di un genere dove – ormai – non conta chi è che cosa, preda e cacciatore (giallo e soluzione) sono scambiabili e sovrapponibili, rileva solo la presenza delle pedine a formare il meccanismo. Un attore può recitare tutti i ruoli, paradossalmente, basta che le parti siano disposte sulla tela, basta che l’ingranaggio funzioni. “Tu sei come lui!”, grida Emmanuelle Seigner all’ispettore nell’ambiguo finale: l’identificazione è completa, i ruoli sono gusci, ognuno è surrogato dell’altro. Il dispositivo avanza per situazioni tipiche, dal detective ombroso nel seminterrato alla tragedia/trauma infantile, ma c’è uno scarto rispetto ai numerosi epigoni: qui un regista reinscena sé stesso.


Le sequenze argentiane ci sono, vivono autonome e “perfette” nel pretesto del tessuto narrativo: il sussulto della vittima ancora viva, il dito mozzato ripreso generosamente con urla a perdifiato, proposta impossibile di nuove scream queens, i dettagli splatter di Stivaletti sono ineludibili firme col sangue. Giallo/Argento, titolo per le sale italiane, è tutto qua: archetipo rifatto dall’inventore, pura forma rimasticata, nomen omen dove Argento non è meno topos di Giallo. Il / che li divide è anche ciò che li unisce. Un regista divenuto aggettivo oggi è immobile, può solo ripetersi e ridire ciò che conosce: il giallo, appunto. Il modo per sfuggire alla stasi passa per la rinuncia ad una costruzione, per così dire, “originale”: vivere nello stereotipo, nascondersi in esso, frequentarlo ancora post mortem è l’unica possibilità di movimento. Lo confermerà il successivo Dracula, altro Tema per antonomasia (poteva intitolarsi Horror): e tutto questo operare su di sé, rimestare su Dario sapendo che il proprio tempo è finito, sfidare il blocco con una perizia già sconfitta, insistere a testa bassa alla fine è quasi commovente.