Documentario

GEORGE HARRISON: LIVING IN THE MATERIAL WORLD

Titolo OriginaleGeorge Harrison: Living in the Material World
NazioneGran Bretagna
Anno Produzione2011
Durata208'
Interpreti

TRAMA

Harrison secondo Scorsese

RECENSIONI


Il rapporto tra Martin Scorsese e la musica è da sempre molto intenso, è la storia di una passione divisa tra le sue radici (la canzone napoletana inserita con gusto e acutezza nei film immersi in contesti italo-americani) e il suo presente, la sua “americanità” (e quindi il blues, il jazz e il rock). I suoi film di finzione giovano di questa musicofilia profonda e appassionata presentando nelle loro soundtracks brani di Otis Redding, Bob Dylan, Rolling Stones (tra i più presenti), Fleetwood Mac, Muddy Waters, B. B. King, Pink Floyd, Beatles, Beach Boys e molti altri. Lo spazio cinematografico in cui ha potuto esprimere al meglio la sua sensibilità musicale, in cui ha potuto far confluire amore per la musica, ricerca sulla stessa ed espressione audiovisiva è quello del documentario musicale. Scorsese nel corso della sua carriera ne ha realizzati cinque (L’ultimo valzer, Dal Mali al Mississipi, No Direction Home: Bob Dylan, Shine a Light e George Harrison: Living in the Material World), di cui due più ortodossi, più vicini al film-concerto, e gli altri figli di maggiore ricerca e contaminazione audiovisiva.
Quello su George Harrison appartiene senza dubbio al secondo gruppo, ha in sè un alto tasso di sperimentazione, contiene ed emana ambizione da ogni immagine. Il mistero che avvolge quello che da sempre è stato classificato come il beatle numero tre è tanto, specie se si mettono allo specchio la prima parte della sua carriera e la seconda, quella da solista, quella delle ricerche spasmodiche - della musica, dell’io, della spiritualità, della verità. Scorsese sceglie di muoversi in questa direzione e di dividere l’opera in due tronconi di cui il primo blocco presenta la vita e la carriera di Harrison dagli esordi fino all’alba dello scioglimento dei Beatles; mentre il secondo prende le mosse da Abbey Road per andare a indagare sulle ragioni (di Harrison) dello scioglimento, sul bisogno d’indipendenza, di una ricerca che era stata troppo tempo incubata in favore del bene del gruppo.

Se di primo acchito la prima parte può sembrare uno splendido documentario sulle vicende dei Beatles, successivamente, con la visione integrale, la percezione cambia: la mano di Scorsese si fa responsabile di un processo di scoperta che avviene gradualmente e il film si rivela una vera e propria macchina del senso, un Giano bifronte in cui le due facce non solo si completano ma si qualificano. Solo attraverso la seconda parte - quella in cui viene messa in luce la persona George Harrison, la sua carriera da solista e la sua incessante ricerca - si comprende al meglio la prima, che emerge come un ritratto tra le righe del musicista, della sua personalità e di quei tratti caratteriali che, seppur in maniera soltanto embrionale, erano presenti e caratterizzanti fin dalla giovanissima età e sarebbero stati i principali responasabili di tutto ciò che sarebbe avvenuto dagli anni Settanta in avanti.
Obbligatorio sottolineare, infine, l’enorme lavoro compiuto da Scorsese per la realizzazione del film, la minuziosa ricerca archivistica che si mostra e si denuncia al contempo, un’opera che offre allo spettatore un’esperienza unica: per lunghi tratti del film ci si dimentica di essere al cinema, sembra piuttosto di essere in un museo, in un exibition realizzata ad hoc, testimoni di una passione (quella del regista) che genera un lavoro di ricerca su uno dei personaggi che più hanno visto nello studio, nella scoperta, nel perseguimento incessante dei proprio obiettivo, sogno, spirito, la propria ragion d’essere. Una ricerca sulla ricerca.