Drammatico

GARAGE OLIMPO

Titolo OriginaleGarage Olimpo
NazioneArgentina / Italia
Anno Produzione1999
Durata98'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

RECENSIONI

Buenos-Aires 1976-82: la vita scorre regolarmente. Normali e trafficati sono i larghi vialoni della città attraverso i quali si muovono le automobili che conducono a casa o al lavoro cittadini di una paese civile; normale e tranquillizzante la programmazione via radio che intrattiene con canzoni ballabili e partite di calcio ascoltatori ignari; bambini nuotano in piscina e vecchietti portano a spasso il cane davanti a locali chiusi al cui interno si svolge in modo normale e professionale il lavoro che militari in borghese o paramilitari dall'aspetto impeccabile compiono quotidianamente: torturare scientificamente (ora si usa la corrente elettrica, i tempi si sono evoluti, è arrivata la civiltà...) e dopo un tempo variabile "regolarizzare" (l'alfabetizzazione della popolazione è ormai un dato di fatto e bisogna adoperare i termini appropriati) i prigionieri politici, gettandoli vivi nell'enorme estuario del Rio de la Plata. Questo è il punto cardine del film di Bechis: la "normalità" di un orrore del tutto ignoto alla popolazione, almeno di quella non coinvolta, di quella che accettava la dittatura militare di Videla, anche perché qualsiasi tentativo di un parente di cercare gli scomparsi o diffondere la notizia delle sparizioni portava sistematicamente alla sua soppressione. Il regista, scampato miracolosamente egli stesso alla morte, poteva raccontare quest'ordinaria follia come un documentario, ma ha preferito dentro quel contesto inserire una storia, una delle 30.000 possibili storie dei desaparecidos, la maggior parte delle quali nessuno potrà mai conoscere: quella di Maria, una ragazza che dietro la facciata di maestrina nelle bidonville, tramava contro il regime all'interno di uno dei tanti gruppi di oppositori; e, questa è la novità rispetto a precedenti film sul genere, quella di uno dei suoi carcerieri, Felix, inquilino presso la famiglia di lei, sconcertante nella sua ordinarietà e insospettabilmente feroce tanto che ucciderà più di un prigioniero forzando i limiti dell'amperaggio che può sopportare un essere umano. La macchina da presa segue impietosamente lo svolgersi della tragica vicenda di Maria, dall'arresto alla deportazione nell'ex garage che le farà da carcere, dalle torture a base di scariche elettriche tali da provocarle un arresto cardiaco alla cattura e morte del complice di cui è stata costretta a "fare il nome", la prigionia a tempo indeterminato in una piccola cella sporca e buia, in attesa del nulla e nella speranza che qualcuno possa spararle un colpo in fronte per porre fine a quell'incubo. Ma col passare del tempo Maria instaura un rapporto sempre più stretto con il carceriere suo conoscente Felix il quale, peraltro inconsapevole dell'orrore cui è complice e tutt'altro che colto da crisi di coscienza, cerca in tutti i modi di alleviarne la sofferenza, anche a rischio della vita oltre che del lavoro. Ne scaturisce una delle più affascinanti storie d'"amore?" viste negli ultimi anni che fuorvia intenzionalmente lo spettatore dando l'impressione si tratti del solito prevedibile "complesso di Stoccolma" in cui la rapita si innamora del suo carceriere, ma che poi si evolve nella direzione opposta senza tuttavia scadere in banalità o prendere il sopravvento sul tema principale del film. Incastrate perfettamente nel meccanismo narrativo appaiono le due storie parallele: la disperata ricerca della figlia da parte della madre che si concluderà in un'esecuzione di una crudezza indimenticabile; e le due scene temporalmente sequenziali ma che vengono abilmente proposte come prologo e pre-epilogo del film, di grandissimo impatto emotivo, nelle quali il segnale di un cambiamento viene rappresentato dal ruolo di Ana (interpretato intensamente da Chiara Caselli) che mettendo una bomba sotto il letto di un alto ufficiale padre di un'amica, simbolicamente mina "alla base" le fondamenta della dittatura. "Garage Olimpo" finisce come comincia, con delle suggestive sfocate riprese in teleobiettivo delle increspature del Mar della Plata che ora può finalmente condividere il suo terribile segreto con il mondo. Bechis, con questo film, prende una sua strada autonoma all'interno del cinema di denuncia sudamericano; non quella realistico-romanzesca di Luis Puenzo ("La Storia ufficiale") nè quella lirico-surreale del Solanas di "Tango" e "Sur", né quella spettacolare-sociale di "Missing" di Costa Gavras. Sceglie la via del contrasto tra una sceneggiatura che predilige il tono crudo-realistico se non addirittura documentaristico (specialmente nei dialoghi compassati, ordinari, "normali" nel garage e negli effetti sonori in presa diretta) e la resa visiva costituita da immagini tutt'altro che realistiche, a dir poco visionarie soprattutto negli ambienti kammerspiel del garage, tali da infondere orrore ma prive comunque di quegli eccessi che avrebbero snaturato l'intento naturalistico dell'autore: quello di sbatterci in faccia il dramma dei desaparecidos senza appellarsi né alla violenza dell'azione (noi spettatori non assistiamo mai alla tortura, vediamo il prima o il dopo...e l'unico momento di violenza mostrata è l'esecuzione della madre di Maria, smorzata però dalla panoramica) né a un ricatto morale nei confronti del pubblico portato attraverso sentimentalismi o facili retoriche. Aggiungendo a ciò una grandissima interpretazione tutta sottotono di Antonella Costa e quella piatta (proprio ad evidenziare la "ordinarietà" dei "mostri") di Carlos Echevarria, possiamo ben annoverare "Garage Olimpo" tra i più incisivi e rigorosi film di denuncia, di una forza ed una personalità che difficilmente si riscontrano in lavori di questo genere, dove solitamente al lodevole intento, non corrisponde un altrettanto valido risultato.

Madre cilena, padre italiano, Bechis è cresciuto in Argentina e porta nella pellicola molte esperienze personali (fu espulso per motivi politici, era insegnante anche lui): il garage Olimpo è uno dei 365 centri clandestini di tortura dei desaparecidos. Filma molte sequenze aeree, come per dare uno sguardo che allontana dalla claustrofobia della cella, per dimostrare che, da lontano, tutto sembra normale, la violenza è sotterranea. Il suo è un magnifico patchwork narrativo (il misterioso prologo, ad esempio, verrà ripreso solo alla fine) in cui i brani sparsi sono da ricongiungere; la violenza mostrata porta la nausea più che l’indignazione, perché Bechis sceglie di mostrare, non stigmatizzare faziosamente. Il suo linguaggio cinematografico, che non si esaurisce nel solo documento, potrebbe essere accostato a quello dell’argentino Fernando Solanas, che unisce politica e poesia: luci iperrealistiche, note gravi di uno straziante violoncello in sottofondo, caotica (durante il sequestro della maestra) macchina da presa a mano. Ma anche ad Haneke, che studia la violenza lasciandola fuori campo (anche se qui sappiamo che, purtroppo, le cose non-mostrate sono accadute veramente): ci rende prigionieri dell’immaginazione, non imprigiona il nostro sguardo, mentre la crudeltà si fa strada anche nell’indifferenza generale, nel tema inatteso del rapporto d’amore sadico (con Sindrome di Stoccolma) fra carnefice e vittima.