Bellico

FURY (2014)

Titolo OriginaleFury
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2014
Genere
Durata134’
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

1945, truppe alleate nella Germania nazista: il carro armato Sherman “Fury”, al comando del sergente Collier, dopo aver reclutato un ragazzino inesperto alla mitragliatrice, contribuisce alla conquista di una cittadina e deve difendere, da solo, un crocevia.

RECENSIONI

 

È la guerra, la senti?

Crudo e sporco per elezione ma spesso timoroso nell’esserlo fino in fondo, l’ex-marine David Ayer non affondava i denti nella carne bellica e nel torbido delle anime dall’esordio con l’autobiografico Harsh Times (2005). Il suo racconto carrista ha illustri precedenti in Belva di Guerra (Kevin Reynolds, 1988) e Lebanon (Shmulik Maoz, 2009) ma non vive del solo gruppo in interno angusto, eredità del sottogenere bellico-sottomarino (di cui ha scritto il discreto U-571 per Jonathan Mostow): la pittoricità evocativa di scene liriche, epiche e macabre (il soldato a cavallo nel cimitero di carri armati; la ruspa che accatasta cadaveri e il carro che li trasporta; la torcia umana suicida; la città degli impiccati; il D-Day con sterminio di cavalli agonizzanti) contorna un’ambizione più alta, da antiretorico romanzo di formazione alla crudeltà, con pagine degne del nichilismo etico-estetico di Sam Peckinpah. Il divismo di Brad Pitt (produttore esecutivo) indossa lo scomodo ruolo di un sergente che, per sopravvivenza del branco, fa i conti con il proprio panico e forgia il discepolo con nuovi concetti (“Le idee sono pacifiche. La Storia è violenta”), pratiche (rimuovere i brandelli di corpo del predecessore), responsabilità (i caduti a causa di un bambino, scena contrapposta ad American Sniper), obblighi (togliere la vita all’inerme, perché “Siamo qui per uccidere e il prigioniero è qui per uccidere te”), accettazioni (la bestialità dei compagni permette di sopravvivere). Non c’è tempo per amare e piangere i caduti (“È la guerra, la senti?”), perché la “ricreazione” (l’artificioso idillio domestico con due tedesche) è solo una pausa: una consapevolezza che foggia l’iniziato. Ayer, comunque, non ama sguazzare nel solo cinismo, annida fra le fiere il “Bibbia” di Shia LaBeouf (mai stato così in parte: sospetta, latente omosessualità del suo ruolo) e affida gli atti eroici a lunghe e soppesate scene di battaglia, fino al finale da Mucchio Selvaggio che, pur essendo sopra le righe come le kitsch scie colorate da Guerre Stellari dei proiettili, s’erge come allegorico, ultimo, strenuo sforzo dei danneggiati (“Sono giovani e sono vivi”: come dire, “Noi siamo morti”) per preservare la purezza della nuova generazione.