FRANK

Titolo OriginaleFrank
NazioneGran Bretagna/ Irlanda
Anno Produzione2014
Genere
  • 67688
Durata95'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Jon è un giovane aspirante musicista che fatica a sfondare e a trovare una sua voce. Ma le cose cambiano quando si unisce ai Soronprfbs, una band d’avanguardia dal nome impronunciabile e dai modi alquanto inusuali. Il leader del gruppo, il misterioso Frank, è un artista di grande talento, un vero genio della musica. Ha solo un vezzo, che lo rende ancora più indecifrabile: indossa costantemente una gigantesca maschera di cartapesta.

RECENSIONI


Quello di Lenny Abrahamson è uno dei nomi di punta del nuovo cinema irlandese. Asceso ai fasti della critica con i precedenti Adam & Paul, Garage e What Richard Did, ci riprova ora con Frank, un film che, nonostante buone intuizioni e spunti interessanti, è infine troppo discontinuo per riuscire a centrare tutti i bersagli che si prefissa. Strizzando costantemente l’occhio a generici canoni da comedy-drama indie – “scorrettezza” all’acqua di rose e toni stralunati – il film alterna almeno tre registri nel corso della narrazione – commedia surreale, satira, dramma – ma più che amalgamarli in una solida stratificazione espressiva, li giustappone in maniera un po’ zoppicante, precipitando in un’incertezza di base su cosa il film stesso stia cercando di essere.
Frank parte come una commedia surreale dal tocco vagamente inquietante, puntando su bizzarrie visivo-narrative anche abbastanza convincenti (la scena iniziale con il protagonista Jon che cerca di comporre mentalmente una canzone mentre cammina per la strada è genuinamente divertente). Prosegue poi come una satira sulla scena musicale indie radical-chic e in questo frangente prova a dispiegare una serie di temi e riflessioni, sviluppati però in maniera solo parzialmente convincente. Da un lato il film ci propone un racconto di (mancata) formazione, la cronaca di una perdita dell’innocenza mai avuta perché la frustrazione dell’artista indipendente c’era, c’è e ci sarà: in Jon non ravvisiamo mai un percorso emotivo di ascesa/esaltazione e caduta/disillusione, piuttosto sul suo viso vi è sempre una certa incredulità nichilista, in cui tutto è già perduto a prescindere. Dall’altro lato, poi, Frank articola un discorso sulla diffusione e il ruolo dei social network (Twitter e YouTube in particolare) in connessione alla promozione della scena musicale alternativa: come questi veicolino la percezione di fenomeni culturali marginali, magnifichino lo status di forme d’espressione di limitata rilevanza e creino infine una celebrità effimera ma capillarmente diffusa. Sul finale il film vira ancora una volta, cercando il dramma, la riflessione esistenziale, il viaggio di ricerca anche interiore. Qui più marcatamente rispetto al resto dell’opera si riflette, in maniera fin troppo prevedibile, sulla maschera che Frank, l’enigmatico frontman dei Soronprfbs, si ostina a non levarsi di dosso. Strumento che lo rende carismatico, misterioso, inavvicinabile – e dunque, di diritto, “leader” – svela infine l’altro lato della medaglia: la maschera come simbolo di debolezza, di impossibilità di un rapporto con il mondo, del dramma nello scontro “persona VS sé”.
Un’ultima considerazione va dedicata agli attori. A fianco del protagonista Domhnall Gleeson, sufficientemente stralunato per risultare credibile, Michael Fassbender e Maggie Gyllenhaal sono utilizzati in maniera sostanzialmente inutile: nascosto sotto la maschera il primo e nel ruolo di una musicista scorbutica la seconda, Frank non è certo il titolo che rende miglior giustizia alle loro notevoli potenzialità attoriali.
Indeciso sulla sua identità di fondo, montato attorno ad un senso di stramberia generale che non riesce mai ad essere veramente coinvolgente, Frank è un film più concettuale che trascinante, e un’operazione che funziona a stento.