Drammatico

FORZA MAGGIORE

Titolo OriginaleTurist
NazioneDanimarca/Francia/Norvegia/Svezia
Anno Produzione2015
Durata118'
Sceneggiatura
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Una famiglia svedese trascorre la settimana bianca in un resort nelle Alpi francesi.

RECENSIONI

Esplosioni (in)controllate increspano la superficie levigatissima e tirata a lucido di un microcosmo alto-borghese, ne turbano le simmetrie, rimescolando gli elementi, (ri)suscitando desideri, timori, illusioni che erano, verosimilmente, a stento sepolti sotto il proverbiale tappeto. Lo psicodramma assume le tinte della catastrofe naturale, facendosi beffe dello sbandierato ecologismo di una classe dirigente che pensa solo ad accumulare gadget elettronici e si fa ingabbiare volentieri da strutture opprimenti (benché eco-sostenibili), segue percorsi obbligati (compreso quello del lieto – si fa per dire – fine), sogghigna e urla di angoscia sull'orlo dell'abisso, riesce infine a ribellarsi solo per scoprirsi inerme e disorientata, mentre la natura, quella vera, riprende il sopravvento e minaccia di cancellarne le tracce. Bergman (e Buñuel) tra i ghiacci, dunque, ma con quarant'anni abbondanti di ritardo, nel lambiccatissimo quadro di una mise en espace persino troppo calibrata (benché l'hotel/clinica/carcere abbia un innegabile fascino), costruita su opposizioni binarie [interni/esterni (terrazza/ristorante), cultura/natura (pista/fuoripista, ma anche funivia/skilift e ovviamente pullman/scarpinata), pace/guerra (camera da letto/bagno, con il salotto a fungere da spazio di mediazione)] che basterebbero da sole ad assicurare compattezza e vigore alla narrazione, purtroppo saturata da personaggi schematici e/o inutili, dialoghi pedanti, maldestre scivolate nel grottesco che non vanno, letteralmente, da nessuna parte (la mangiauomini, l'inserviente/carceriere/voyeur). Un prodotto di altissimo artigianato, o se non altro un articolo Ikea molto ben assemblato, ma si arriva alla non-catastrofe conclusiva tra uno sbadiglio e un fondato sospetto d'irrancidimento.

Il terzo lungometraggio dello svedese Ruben Östlund, appassionato di sci (girava video musicali con praticanti di freestyle), all’inizio ricorda il cinema di Michael Haneke, per la lucida analisi della crisi di coppia attraverso segnali infinitesimali (non sottolineando gli eventi scatenanti, perché il piccolo può trasformarsi in valanga) e per un approccio all’umanità in cui, al ritratto individuale, si preferisce lo sguardo antropologico sulla specie. Östlund indugia, anche troppo, su scene di quotidianità (con continue interruzioni delle note di Vivaldi), sorrette da una ricostruzione ambientale che richiama un paesaggio quasi fantascientifico, corroborato dall’U.f.o. che sorvola il manto innevato notturno (è il giocattolo del bambino), da una stazione sciistica automatizzata, dalle camere del residence organizzate come un alveare. Una “finta” location geniale, ricostruita fra le piste di Montchavin-Les Coches, La Plagne, l’albergo Copperhill Mountain Lodge a Åre, Jämtlands län in Svezia e il paesino Arc 1800, a Les Arcs in Francia. In seguito, si palesa, con motivo scatenante, il fulcro del racconto: la crisi dei coniugi, con esternazioni volutamente sopra le righe (il bambino che urla “Non voglio che divorziate!”, il lungo pianto del padre), accompagnata da allegorie e dal coraggio, lontano dal cinismo imperante nell’autorialità, di trovare una chiusura che faccia da collante fra la visibilità zero delle piste. La parte finale, con il bus che non riesce a fare i tornanti, segue un’analisi della vigliaccheria maschile e pare cercare l’equilibrio, suggerendo che anche la donna fa la sua parte nella ricerca di un panico improduttivo (la madre abbandona i bambini). La figura della fedifraga, allora, in pace con se stessa e che resta sul bus, rappresenta la serenità della fatalità. Originale sguardo sociologico, filosofico e antropologico.