Commedia

FINO A QUI TUTTO BENE

NazioneItalia
Anno Produzione2014
Genere
Durata80'
Interpreti
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Cinque ragazzi trascorrono l’ultimo weekend nell’appartamento pisano dove hanno vissuto e studiato insieme, tra gioie e dolori.

RECENSIONI


Si diceva, a proposito de Il nome del figlio, che i nomi/numi tutelari di Paolo Virzì e Francesco Bruni cominciano a penetrare nel tessuto cinematografico italiano e a farsi sentire. Nel film della Archibugi, la presenza di Virzì come produttore associato e di Piccolo alla sceneggiatura aleggiava su tutto il film e ne contaminava la caratterizzazione dei personaggi e, più in generale, la progressione narrativa. Ora abbiamo questo Fino a qui tutto bene che, mi pare, conferma la prevedibile tendenza (sillogisticamente parlando: Virzì ha saputo rifondare IL nostro genere per eccellenza, la commedia all’italiana; in Italia si producono molte commedie; le commedie finiscono per risentire della ri-fondazione del genere). Roan Johnson è stato, oltretutto, allievo di Francesco Bruni alla Scuola Nazionale di Cinema, il che mi invita a nozze per proseguire nel sostegno della mia tesi, spero non troppo bislacca. Il suo secondo film (terzo, se si considera l’episodio Terzo Portiere, nel film a episodi 4-4-2, prodotto da, sì, Paolo Virzì) è un film con forti tratti virzìani.


E così, l’incipit pseudodocumentaristico ricorda subito il più frenetico ma omologo intermezzo in Ovosodo e da lì in poi, è tutto il film nel suo complesso a pagare affettuosi debiti a quelli della coppia Virzì-Bruni. Riprese ravvicinate con macchina da presa impercettibilmente mobile a sancire l’adesione a un materiale umano vitale e instabile, toscanità esibita ma non sovraesposta, personaggi a loro modo tipizzati ma capaci di sfuggire alla stereotipizzazione, temi ben delineati che non sfociano nel film a tema, alternanza  e compenetrazione di commedia e dramma (tutto l’episodio legato alla morte/suicidio dell’amico), sporadiche concessioni al “comico”, per citare le omologie più evidenti. Con qualche divergenza. Perché al film di Johnson manca, forse, una struttura narrativa definita, diciamo forte. Fino a qui tutto bene non racconta una Storia ma sembra voler offrire un semplice spaccato sulla vita dei suoi personaggi.


Nel corso del film non c’è, infatti, vero Racconto pienamente strutturato ma piuttosto un continuo approfondimento sulle psicologie dei personaggi che, tra l’altro, non sembrano evolvere significativamente. Un’opera aperta, insomma, che sembra “dire tanto” ma che in realtà (dice e) non dice e si chiude, non a caso, con un finale (in mare) aperto. E’ un approccio, si diceva, che diverge un po’ rispetto al modello virzìano, che è invece più votato allo storytelling e alla chiusura dei discorsi (benché non sempre univoca e immediata), ma che complessivamente funziona ed è anche coerente con l’impostazione distaccato/ironica dichiarata fin dai titoli di testa (un incredulo Roan Johnson…). Con il rischio, scongiurato di un soffio, di autodeclassare l’opera a operetta carina, simpatica ma tutto sommato innocua, che apre discorsi teoricamente importanti lasciandoli a metà: il passaggio complicato fra periodi della vita, l’elaborazione del lutto, il coraggio di provarci, la resa prima del tentativo e la crisi del lavoro che non c’è, solo per citarne alcuni.

Fino a qui tutto bene è, infine, un film low/no/budget: i componenti del cast (artistico e tecnico) non hanno percepito compenso se non in forma di percentuale sugli incassi. Un coraggioso esperimento di partecipazione che, azzardiamo, potrebbe aver ricreato, in fase realizzativa, una sorta di doppio delle vicende narrate in termini di spirito di gruppo tra i protagonisti.