Classifica dell'anno

FILM DELL’ANNO 2018/2019 – LUCA BARONCINI

Per fortuna che c’è il cinema. Fino a quando ci sarà un week-end su cui tirare le somme al lunedì mattina, appena i dati sono disponibili, significa che il cinema esiste ancora e le sale continuano a funzionare consentendoci di mettere tra parentesi le nostre vite per un po’, al riparo dello schermo, rannicchiati sulla poltrona, al buio, per una volta in ascolto di qualche cosa che non sia il flusso irrefrenabile dei nostri pensieri. Può sembrare poco, ma è una consolazione sapere che il mondo evolve ma continua a girare anche intorno alle proprie passioni. Eccoci dunque al capolinea della stagione 2018/2019 in cui, in muto assorbimento e piacevole contagio (indipendentemente dal gradimento), abbiamo incontrato immagini in cui specchiarci, a volte ritrovarci, altre scappare.

Colpo di fulmine della stagione è Roma di Alfonso Cuarón, in grado di distinguersi a partire dalla sua presentazione al Festival di Venezia dove è cominciato il suo lungo cammino con il Leone d’Oro e i tanti premi conquistati fino alla consacrazione agli Oscar con tre statuette (Regia, Film Straniero e Fotografia). Una riflessione sulla memoria che grazie alla magia del cinema riesce a superare i confini della biografia personale del regista per riverberarsi in ognuno di noi. Quelle enormi cacche di cane lasciate in giro in quella grande casa di quel quartiere a Città del Messico sono i miei gelati da 200 lire nelle estati assolate da bambino vagando tra i palazzoni di cemento del Marco Polo di Bologna. Ognuno ha la sua storia, il suo bagaglio di ricordi che lo hanno plasmato e condizionato, Cuarón ci dà il la con i suoi. Non è tanto il cosa, quindi, ma il come e il regista messicano riesce a costruire un racconto che si insinua in profondità fatto di immagini bellissime, evocative e potenti. Insomma, se per caso lo avete perduto provate a recuperarlo, possibilmente su grande schermo che, vista la ricchezza visiva, pare la sua destinazione naturale.

Per quanto riguarda gli altri belli, beh, per fortuna che ci sono i festival perché il meglio della produzione mondiale passa ancora attraverso il loro filtro. Se Venezia si è confermata vincente, con un parterre di grande effetto e la presentazione di titoli che hanno brillato nella stagione dei premi, Berlino ha avuto un’edizione, come già da qualche anno, un po’ sottotono, più attenta ai contenuti che alla forma, viene da dire forzatamente impegnata. Ma forse è la sua connotazione naturale, dopo varie edizioni non l’ho ancora capito, vediamo se mantiene la stessa impronta con la nuova direzione (Carlo Chatrian sostituisce Dieter Kosslick). Cannes, invece, nonostante le premesse fragili, si conferma mastodontico dinosauro ancora in grado di fare il bello e il cattivo tempo, anche senza Netflix, anche con quel rigore più che altro di facciata, anche con quell’opulenza esibita ovunque che spesso fa a botte con la mestizia ipocritamente commiserata sull’enorme schermo del Grand Auditorium Louis Lumière.

Non si può infine ragionare sulla stagione senza parlare delle piattaforme di streaming legale e della loro presunta concorrenza alla sala. Siamo sicuri che chi va al cinema sia anche chi guarda Netflix, che si tratti quindi sempre della stessa porzione di pubblico e non anche di segmenti differenti? A parità di telecomando è più probabile che sia la tv la maggiore concorrente delle piattaforme di streaming e non il cinema. Continuo a immaginare un universo dove l’offerta è ricca, regolamentata e riesce a convivere pacificamente nelle sue molteplici forme senza per forza creare rivalità e malumori. Pare impossibile? Forse è l’unica strada per non rimanere indietro rispetto a un mondo che corre e non aspetta. Esempi positivi quest’anno ce ne sono stati. Prendiamo il caso Sulla mia pelle. Siamo sicuri che la presenza in contemporanea su Netflix e in alcune sale (le poche che non lo hanno boicottato) abbia nuociuto a qualcuno? Potrebbe essere, invece, che il pubblico sia comunque vario e a ogni canale di sfruttamento spetti la sua parte? Un aumento di opportunità suddivide la stessa fetta di pubblico in più parti o aumenta invece il pubblico? Discorso a parte per le proiezioni gratuite del film in arene e centri culturali, che hanno finito per danneggiare e scontentare sia il colosso dello streaming che chi ha distribuito coraggiosamente il film anche nelle sale; ma anche chi agisce in nome della diffusione della cultura, perché sedimenta l’idea della gratuità come elemento distintivo.

A seguire, come al solito, la lista suddivisa per categorie (ordinate alfabeticamente) dove il meglio e il peggio della stagione sono riassunti sinteticamente.

Lo dico tutti gli anni e lo ribadisco: ogni scelta diventa di campo, ogni escluso pare un oltraggio e ogni incluso un affronto. Per me quello delle classifiche (che non amo particolarmente) è soprattutto un grande gioco. Quindi leggerezza… e via quello sguardo accigliato.

BELLI

 7 SCONOSCIUTI A EL ROYALE di Drew Goddard: potente

UN AFFARE DI FAMIGLIA di Hirokazu Kore’eda: esistenziale

LA FAVORITA di Yorgos Lanthimos: tagliente

IL GIOCO DELLE COPPIE di Olivier Assayas: ricco

GIRL di Lukas Dhont: viscerale

IL RITORNO DI MARY POPPINS di Rob Marshall: postmoderno

SPIDER-MAN UN NUOVO UNIVERSO di Bob Persichetti, Peter Ramsey, Rodney Rothman: caleidoscopico

TOY STORY 4 di Josh Cooley: rigenerante

IL TRADITORE di Marco Bellocchio: solido

 

DELUSIONI

COSA FAI A CAPODANNO? di Filippo Bologna: sgangherato

DUMBO di Tim Burton: puerile

MAMMA MIA! CI RISIAMO di Ol Parker: clonato

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITÀ di Daniele Luchetti: stonato

RALPH SPACCA INTERNET di Rich Moore, Phil Johnston: frastornante

SHAZAM! di David F. Sandberg: brufoloso

SPIDER-MAN – FAR FROM HOME di Jon Watts: brufoloso 2

SUNSET di László Nemes: introverso

 

SOTTOVALUTATI

7 UOMINI A MOLLO di Gilles Lellouche: feelgood

AQUAMAN di James Wan: godibile

BEAUTIFUL BOY di Felix Van Groeningen: doloroso

BENTORNATO PRESIDENTE! di Giancarlo Fontana, Giuseppe Stasi: attuale

BOHEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer: celebrativo

BOY ERASED di Joel Edgerton: equilibrato

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ di George Tillman Jr.: comunicativo

CYRANO MON AMOUR di Alexis Michalik: brioso

FRATELLI NEMICI di  David Oelhoffen: concitato

OPERA SENZA AUTORE di Florian Henckel von Donnersmarck: ampio

IL TESTIMONE INVISIBILE di Stefano Mordini: coinvolgente

ZEN – SUL GHIACCIO SOTTILE di Margherita Ferri: intenso

 

SOPRAVVALUTATI

A STAR IS BORN di Bradley Cooper: ombelicale

BLACKKKSMAN di Spike Lee: ruffiano

CAPTIVE STATE di Rupert Wyatt: pesante

IL COLPEVOLE di Gustav Möller: prevedibile

DILILI A PARIGI  di Michel Ocelot: didascalico

I FRATELLI SISTERS di Jacques Audiard: cinefilo

GLI INCREDIBILI 2 di Brad Bird: lungo

ROCKETMAN di Dexter Fletcher: celebrativo

TROPPA GRAZIA di Gianni Zanasi: bislacco

 

BRUTTI

VAN GOGH – SULLA SOGLIA DELL’ETERNITA’ di Julian Schnabel: grossolano

LA BEFANA VIEN DI NOTTE di Michele Soavi: claudicante

GODZILLA 2 di Michael Dougherty: annichilente

IL GRANDE SALTO di Giorgio Tirabassi: pretenzioso

POKEMON: DETECTIVE PIKACHU di Rob Letterman: imbarazzante

THE PREDATOR di Shane Black: orrendo

LA PROMESSA DELL’ALBA di Eric Barbier: urlato