Azione, Thriller

FASTER

Titolo OriginaleFaster
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2010
Durata98'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Driver esce di prigione, incazzato, e lascia una scia di sangue dietro di sé. Cop, prossimo alla pensione, segue il caso. Killer invece deve fare il suo amato lavoro e fermare su commissione la furia omicida del primo.

RECENSIONI

Tre corpi nel crocevia della vendetta, sospinti verso una resa dei conti che non dà spazio al Perdono. Il background, nel prolisso rimando all’immagine scattata, è un terreno perduto e lacerato in cui l’estetica di riferimento viveva in tutt’altra forma, menomata, opposta, meno incorniciata  dagli inconfondibili tratti dell’immaginario di riferimento.  Tillman Jr è piuttosto fermo nella struttura che impone al suo film, sulla quale getta il sentito tentativo di dare profondità ai suoi personaggi, cercando di non gettarli in pasto alla bulimica immagine pulp, via via scremata nell’indagine psicologica che non esita ad abbracciare l’affannoso respiro della redenzione, delle problematiche morali ad essa connesse, di come sia l’azione umana a creare il proprio Paradiso o più spesso il proprio Inferno.

Poco Faster, poiché all’azione si preferisce di gran lunga l’attesa del conto alla rovescia in cui le tre storie parallele di Driver, Cop and Killer si incroceranno nella resa dei conti finale, dove tutto tornerà secondo previsione. Non si sfugge però alla crosta dello stereotipo così netta da una parte e così annacquata dall’altra, tentennante di fronte a un taglio troppo spesso enfatico in cui si fa davvero fatica ad integrare il dettaglio cult con la sua apertura umana, Viva (i personaggi sono presunti morti-interiormente). The Rock ne è l’esempio più lampante, introdotto secondo i codici del personaggio di genere (filmico e non) per poi sfumare il proprio bagaglio steroideo nell’emotività del dolore. Ebbene si, The Rock piange e non solo una volta. Ci prova, si sforza, tenta di dar ragione a un’operazione che desidererebbe sfatare l’apparente mito del divertissement. E’ proprio dentro la superficie, dentro le cicatrici (la nuca di Driver, il trauma infantile delle gambe di Killer, il braccio eroinomane di Cop) che si sbatte nella convenzionalità, ridondante per dinamiche narrative (ogni protagonista ha un co-personaggio sul quale riflette meccanicamente le proprie mancanze e/o esigenze, esibendo la parte più problematica di sé), rigido nel nocciolo tematico (l’impossibilità di uscire dal proprio Ruolo, salvo scontate eccezioni) e ancora di più per quanto concerne la visione, incapace di scansare ralenti telecomandati, sottolineature a suon di dettagli-tic, agnizioni per mezzo del più ritrito flashback a puntate, etc. Non mancano numerosi accenni come la violenza integrata nel sistema (i vari membri dell’ex-banda) o la dialettica Morte-Vita (uccidere per soprav-Vivere), da prendere però con debita distanza per il proprio peso specifico nell’economia del film.

Il meccanismo della revenge dovrà necessariamente incepparsi in virtù di un'uscita dalle tenebre. Basta un sermone, niente di più, un semplice incontro per  sedare il proverbiale 'Pan per focaccia' di Driver. Un maggiore affiatamento tra il trittico di personaggi era doveroso, dal momento che non basta una sequenza (riuscita) da poliziesco orientale (l'incontro in-consapevole tra Driver e Cop) per vivificare un'operazione stanca e in parte pretenziosa.  Inseguimento  notturno tra una Comaro Shelby e una Maranello del tutto trascurabile. Lo stesso vale per il cameo di Tom Berenger che esce di scena per l'incombere di un duello.
Altri tempi.