Drammatico, Sentimentale

ESTATE VIOLENTA

TRAMA

1943: un gruppo di giovani in vacanza al mare, mentre è alle porte la guerra civile. Carlo s’invaghisce di Roberta, vedova con figlia, suscitando la gelosia di Rossana.

RECENSIONI

Meraviglioso esempio del cinema tolstojano di Zurlini, fra magia del non-detto, avvolgente corposità di dolori e interrogazioni esistenziali, volti espressivi e sguardi intensi, realtà interiore che rispecchia quella politica. La vigliaccheria in Amore e Morte (la guerra) è raccontata con echi di neorealismo, del primo Antonioni, del melodramma viscontiano ma, soprattutto, con la poetica zurliniana, sorprendente per eleganza figurativa (l’uso pittorico dell’illuminazione solare), direzione degli interpreti, padronanza narrativa e sfaccettature ideologiche dove, oltre ad affrontare il 1943 “tabù”, l’autore sospende il giudizio e gioca di ellissi nell’evocare l’oltraggiosa spensieratezza di quest’Estate borghese, con l’ambiguità che ammanta tanto il messaggio (l’Amore giustifica il disimpegno o è futile di fronte agli orrori della Guerra?) quanto il messaggero (il protagonista è sinceramente innamorato? Vigliacco? Anche coraggioso alla luce del finale?) mentre, a restituire il senso, sono straordinari tocchi indiretti (esempio: Roberta si allontana dal pretendente all’arrivo della cognata, perché le ricorda il marito morto) e raffinate allegorie, come quella del già Conformista Trintignant diviso fra due donne, simbolo dell’inconsapevolezza l’una e del suo contrario l’altra, una vedova che porta, infatti, i segni penosi della guerra. Scrupoli di coscienza: che siano quelli di una classe privilegiata che dovrà confrontarsi, volente o nolente, con gli eventi storici, o quelli di una donna che, innamorandosi di un (altro) uomo più giovane, provoca sofferenza ai propri cari (parenti del defunto e madre perbenista). Ma l’Estate è violenta anche nella sua incontrollabile passione, incarnata negli indimenticabili occhi di Eleonora Rossi Drago: i suoi sguardi premurosi, timorosi, diffidenti eppure colmi di desiderio, infine totalmente “deliranti”, sono fra i più belli della storia del cinema. La violenza dell’Amore che s’avvinghia all’oggetto indifferente (imbarazzato) del proprio desiderio (la scena del ballo, in cui il timore della Fine supera quello della perdita del Controllo) e la violenza della Guerra, che Zurlini fa esplodere nella terribile sequenza del treno, turbante prima disturbante poi nella crudezza degli isterismi di massa. L’addio finale arricchisce di ulteriori, stimolanti significati contrastanti.