Drammatico

EPIDEMIC

Titolo OriginaleEpidemic
NazioneDanimarca
Anno Produzione1987
Durata102'

TRAMA

Lars von Trier e Niels Vørsel devono consegnare una sceneggiatura al produttore. Scrivono EPIDEMIC©. Vi si narra del dottor Mesmer che sta cercando una cura per una moderna epidemia che scopre di aver diffuso egli stesso…

RECENSIONI

Epidemic mi pare ancora, dopo tanti anni dalla sua uscita, se non il più bello e riuscito, comunque il più importante film di Lars von Trier, il più rappresentativo, il vero manifesto di tutti i suoi diversi manifesti, raggruppando, come fa, buona parte di quella che è la poetica del danese e del suo modo di concepire il cinema.
Secondo capitolo della trilogia della E o dell’Europa in cui il regista, prima della svolta Dogma, si dà a un cinema esasperatamente formalista e in cui sono evidenti gli omaggi ai Grandi Maestri (Welles in primis), è, dei tre, il più libero nella struttura, il più sperimentale e il più scopertamente teorico. Se la parte relativa al lavoro dei due protagonisti (Lars von Trier e Niels Vørsel, gli effettivi sceneggiatori del film che stiamo guardando) è girata “con la mano sinistra”, frequente uso di steadycam, pellicola sgranata (16 mm), senza musica diegetica e nessun effetto o preziosismo formale evidente (chiaro presagio della stagione dogmatica), il film che i due stanno scrivendo (e le cui immagini, in 35 mm - la fotografia è del dreyeriano Henning Bendtsen -, si alternano a quelle del suo writing of) è invece perfettamente in linea con la ricercatezza stilistica del primo e del terzo capitolo, composto, com’è, di momenti visivamente enfatici, di ironico ricorso a manierismi espressionistici e di una distaccata riflessione sul genere (se Element of Crime era un film di detection, un noir in cui L'infernale Quinlan e Il mistero del falco colavano a picco nelle malsane pieghe di una messinscena acquatica e fatiscente, questo ha i caratteri di un sublimato horror catastrofico: si pensi all’ultima agghiacciante scena) e sulle modalità (classiche e non) di narrazione.
Strutturato in cinque capitoli (quanti sono i giorni a disposizione dei protagonisti per scrivere il soggetto), il secondo film della trilogia è un lavoro che si presenta spaccato in due, ma solo in apparenza: che Epidemic sia, infatti, tutto quello che stiamo guardando ce lo dice la sovrimpressione che appare sullo schermo non appena Lars e Niels decidono di intitolare così il loro progetto; da quel momento la scritta rossa marchierà tutte le immagini che seguiranno, siano esse quelle del film che si vuole girare, siano quelle dei due sceneggiatori al lavoro; le due parti si compenetrano, si integrano, si “contaminano” (il discorso del dentrificio a strisce…). Non è un caso che alla fine la peste si scopra diffondersi nella realtà, e non solo nello script consegnato da due sceneggiatori alla produzione. Il cinema è insomma la grande epidemia che contamina tutti i livelli della narrazione, che viene rappresentato nella sua ideazione, nel processo creativo che lo genera: nella fondamentale scena della linea dipinta sulla parete Trier traccia il percorso dell’opera, non solo svelando un metodo di lavoro, ma soprattutto mettendo a nudo il carattere posticcio, cervellotico, pensato del suo cinema, composto di opere in cui tutto è calcolato (anche l’intensità), la volontà di colpire, coinvolgere, provocare, infinocchiare il pubblico, l’inserimento artificioso e programmatico di elementi ad effetto. Così la svolta mistica de Le onde del destino è già presente in questa pellicola, come i successivi proclami opportunistici che hanno costellato la sua carriera; e nella scena in cui si parla di un film ambientato ad Atlantic City senza la necessità di metterci piede si può vedere il presagio agli "americani" Dogville Manderlay.
Con una scrittura ironica e distanziata, usando ancora l’ipnotismo come chiave di accesso al testo filmico (l’ipnotizzatore invita la donna a entrare in Epidemic, il film. Nello stesso modo metatestuale va letto l’ingresso in Europa, il capolavoro del danese - Arrivati al dieci tu entrerai in Europa –), Lars von Trier, il bastardo giocherellone che smonta e rimonta la Settima Arte, il masturbatore dello schermo che già si autodichiara maestro (quel “von” è posticcio e sarcastico), con Epidemic, affigge i suoi manifesti (in questo caso quello della Bazzecola: «la bazzecola è umile e avvolgente e i capolavori si trovano fra le bazzecole») e con divertimento serissimo, si prepara a sferrare il suo piano pluriennale di furbastri attacchi al sistema.