Guerra

EL ALAMEIN

TRAMA

Africa, 23 ottobre 1942, il soldato Serra arriva in prima linea, dove insieme agli uomini della divisione Pavia imparerà la solidarietà e le minacce della vita in trincea, aspettando il tanto atteso battesimo del fuoco… sarà El-Alamein.

RECENSIONI

Ci sono due modelli principali di cinema di guerra. Il genere a grande impatto spettacolare, rilanciato nel 1998 da Steven Spielberg con la svolta dell'iperrealismo di “Salvate il soldato Ryan”. E il genere intimista che alle coreografie delle scene di battaglia, sostituisce l’analisi delle reazioni dell’uomo davanti alla follia della guerra (è il caso di Terrence Malick con il metafisico “La sottile linea rossa” (1998) che fonde l’approccio naturalistico con il registro lirico). Purtroppo, nel cinema italiano, il genere bellico ha un nemico in più: i costi di produzione.
Enzo Monteleone ha voluto tentare di rilanciare un genere poco frequentato dal cinema nostrano negli ultimi anni. Purtroppo i limiti di budget si fanno sentire (7 miliardi delle vecchie lire e non oltre le 7 settimane di riprese), e se l’intento (lodabilissimo) del regista era di svecchiare il genere attraverso il superamento dell’ormai abusato impianto intimista (“Il partigiano Johnny”), cercando nel contempo di evitare che il tema della guerra da protagonista finisse per scivolare nella posizione di semplice quinta (“Mediterraneo”, “Placido Rizzotto”), la realtà della forza produttiva italiana, lo ha costretto ad un compromesso. El-Alamein tratta (finalmente) di un episodio della storia militare italiana in grado di avere il respiro dell’epica, ma non possiede (non ancora) né i mezzi, né le tecniche registiche spettacolari necessarie per sostenerlo, e si riduce, quindi, ad un intenso viaggio intimista nella mente e nell’anima dei suoi protagonisti (primo fra tutti il soldato Serra, interpretato dal bravo Paolo Briguglia). Il taglio della storia sceglie orgogliosamente di occuparsi non di eroi, ma di umili soldati (cui si accorda perfettamente la scelta di non servirsi di attori famosi), caratterizzati dalla semplicità della loro adesione all’avventura bellica, ma anche da un profondissimo senso del dovere e da un’umanissima solidarietà. Purtroppo la struttura narrativa è molto schematica ed episodica (in questo caso si fa (pur)troppo sentire il lavoro di Monteleone alle sceneggiature dei film di Salvatores), e si riduce ad una sterile serie di cliché del cinema di guerra (scene di vita in trincea) infarcite da avventure picaresche un po’ fuori luogo (tra “Marrakech Express” e “Mediterraneo”). La tecnica registica è abile quando si tratta di sottolineare la grandiosità evocativa del paesaggio (il deserto, il cielo e la luce sono i veri protagonisti), ma subisce alcune pesanti cadute di stile, riducendosi alla didascalia, quando pretende di citare capolavori del calibro di “Platoon” (la notte stellata come foglio su cui annotare le riflessioni metafisiche dei soldati). Pecca di eccessiva (e ingenua) retorica il contrappunto musicale e il commento della voce over. Nell’unica scena di battaglia c’è da annotare la capacità di sostenere la costruzione dell’attesa (coinvolgente), e un po’ di ingenuità nelle scelte registiche e di montaggio (rallenti, e nebbia che circonda i soldati lasciati a se stessi), ma qui più che altrove si sente la limitatezza del budget. Note: i mezzi e le armi utilizzate sono d’epoca, mentre per i dettagli della vita militare (lodate da AnalisiDifesa) Monteleone si è ispirato alla diretta testimonianza dei reduci e dei loro diari. Commovente il finale nel sacrario costruito da Paolo Caccia Dominioni.
Splendido, senza riserve invece, il documentario che Monteleone ha girato durante gli incontri con i reduci, quando il film era in fase di post-produzione: “I ragazzi di El-Alamein”. Il limite di budget è ancora la "El-Alamein" di gran parte del cinema italiano. Non ci resta che resistere fiduciosi di una svolta prossima ventura.