Drammatico

È ARRIVATA MIA FIGLIA

Titolo OriginaleQue horas ela volta
NazioneBrasile
Anno Produzione2015
Durata114'
Sceneggiatura
Montaggio

TRAMA

Val lavora da tredici anni come governante a San Paolo, presso la villa di una famiglia altolocata, avendo lasciato la figlia Jessica in affidamento da parenti nel nord del Brasile. Questa si presenta in visita e affronta sua madre criticandone l’atteggiamento succube e spiazzando tutti gli inquilini della casa con il suo comportamento ribelle e anticonformista.

RECENSIONI

«Credo nell'architettura come strumento di cambiamento sociale» dice Jessica, presentandosi, appena arrivata nella villa dove lavora la madre Val come domestica. E lo dice rivolgendosi alla capofamiglia, Barbara, che annuisce con sufficienza e diplomazia, non capendo la portata di ribellione di quell'affermazione, per lei che vive adagiata nel benessere, in una società come quella brasiliana dove fortissima è la sperequazione e il divario sociale tra classi diverse. Jessica esprime il razionalismo architettonico del superamento di un'edilizia per classi. La sua è una fiducia incondizionata nell'architettura e nell'azione positiva che può svolgere l'uomo, se non ci fosse la quale tornerebbe la foresta. Successivamente vedremo ancora Jessica analizzare la planimetria della magione. È già tutta lì, in quella lettura architettonica, l'analisi dei rapporti servo-padrone, di facciata bonari e improntati al capitalismo dal volto umano, la famiglia amorevole che considera Val 'quasi' di famiglia, le fa i regali, ma la relega a vivere in uno sgabuzzino a un piano seminterrato cui si discende attraverso una scala. In una grande abitazione con i suoi anfratti, gli spazi occultati, nascosti alla vista, i luoghi deputati alla servitù, sobri, quasi un male necessario che serve al funzionamento della casa lussuosa e scintillante. Gli interni della casa sono scandagliati dalla regista Anna Muylaert, che li esibisce e li mostra a ripetizione, in un film claustrofobico, quasi interamente ambientato nella villa. E molto spesso il punto di vista è quello 'cukoriano' delle servette di Donne che spettegolano nelle loro camerine della vita sentimentale dei loro padroni. La Muylaert inquadra molte situazioni dalla porta delle stanze di servizio di Val e della sua collega. Le quali sono spesso a origliare quello che succede nella famiglia per cui vivono e lavorano. È un rapporto di servilismo di cui sono succubi e in cui si alimentano in forma di gossip. La loro è una subalternità intrinseca che cristallizza la dialettica servo-padrone: il secondo può fare saltuariamente dei regali al primo, per dimostrare di essere magnanimo e mettersi in pace con se stesso, ma il primo deve, per educazione, rifiutarli. «È grazie a me, soltanto a me, che la serva esiste. Grazie ai miei strilli e ai miei gesti» dice la Madame de Le serve, «come i sudisti hanno creato i negri»: chiosa Sartre sul testo di Genet.Sarà Jessica a svolgere il ruolo dell’ospite di Teorema (o di Vera de Il servo di Losey), a scombussolare la quiete della famiglia alto-borghese, a mettere in crisi le sicurezze dei suoi componenti, a mettere a nudo le loro ipocrisie, facendo innamorare di sé tanto il padre quanto il figlio, e ingelosendo la madre;  e affrancando la propria madre, corrispettivo dell’Emilia di Pasolini, facendole prendere coscienza della propria dignità di persona. E il ruolo corrosivo di Jessica si svolge sempre in chiave architettonica, violando gli spazi preclusi alla servitù, il tavolino per la colazione, la piscina e soprattutto occupando la camera degli ospiti, di cui si scopre l’esistenza, un grande spazio che rimane vuoto mentre le due domestiche vivono in stanzini. Jessica infrange così la rigida compartimentazione della società brasiliana, che si basa su un’architettura di segregazione. Quella stessa cultura urbanistica che ha concepito le favelas, o gli slum dove vive Jessica. E l’ammissione della ragazza alla selettiva facoltà di architettura – possibilità per cui tutti in famiglia storcevano il naso – mentre il figlio viziato al contrario non passa, segna la sua rivalsa sociale, l’affermazione della meritocrazia contro il classismo, la distruzione della borghesia, il corrispettivo dell’esplosione della villa di Zabriskie Point o dello sconquasso di quella di Hollywood Party. Cruciale come in quest’ultimo film è la piscina, simbolo principe della casa della gente altolocata, di cui finalmente riesce a prendere possesso anche Val , quella piscina da cui era esclusa, e dalla quale lei stessa, nel suo servilismo si autoescludeva. Non ci fa il bagno comunque, né vi cammina sull’acqua, come potrebbe fare un’Emilia miracolata o Chance il giardiniere, ma vi entra quando è asciutta. Il passaggio della presa della piscina prelude così all’uscita della casa, alle sue dimissioni da quel rapporto di servitù, materiale quanto psicologico. E da quella casa Val si porterà un ricordo, rubato o, meglio, oggetto di esproprio proletario: quel set di tazzine dal design moderno, che mescola il bianco col nero combinando così gli opposti e evitando le separazioni, per aver utilizzato il quale, a un party nella casa, era stata sgridata e umiliata dalla signora, il primo segnale del marcio che si celava dietro quei rapporti umani apparentemente idilliaci.Campione di incassi in patria, È arrivata mia figlia si pone quasi come un manifesto per un futuro senza caste, per il superamento delle classi sociali, riponendo fiducia nelle nuove generazioni brasiliane. Centrale in quest’ottica anche la figura di Fabinho, il rampollo della famiglia ricca, che non riesce a mantenere quella distanza sociale dei suoi genitori per Val, provando per lei – che lo ha allevato anche per compensazione rispetto all’assenza della propria figlia come si vede nella prima scena significativamente in piscina dove già lei non vuole entrare adducendo come scusa il non avere il costume da bagno – un affetto e una confidenza che non nutre per sua madre. Ed è Fabinho il primo a non rispettare le competenze territoriali della casa, andando a dormire nella stanzina di Val. Il personaggio di Fabinho si incasella in una sceneggiatura fatta di simmetrie e specularità, di transfert tra genitori e figli, di richiami interni, dettagli narrativi ricorrenti (il costume da bagno, la marmellata, le t-shirt, ecc.). Che fanno parte di una narrazione, quella portata avanti dalla Muylaert, che prevede tutta una serie di elissi e fuoricampi. A partire dalla prima, macroscopica, che copre un lungo arco temporale, tra la prima scena con Fabinho bambino e la seconda dove è adolescente. Ma ce ne sono tante: non si vede per esempio il momento in cui il ragazzo apprende la bocciatura al test d’ammissione. Una narrazione che si dipana lentamente, scoprendo via via nuovi dettagli, come il fatto che Barbara è un personaggio pubblico, che le ricchezze della famiglia sono in realtà ereditate, ecc. Purtroppo il film finisce per scadere in uno schematismo eccessivo, oltre che a soffrire di derive didascaliche. Che porterà alla fine a scoprire che Jessica ha un figlio, a suggello del suo rapporto speculare con Fabinho che è vergine, e di una nuova vita di Val da nonna.