Horror

DRAG ME TO HELL

Titolo OriginaleDrag Me to Hell
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2009
Genere
Durata99'
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Christine, per far carriera in banca, nega un prestito a una vecchia zingara ungherese, che le lancia una maledizione: lo spirito Lamìa, dopo tre giorni, se la porterà all’inferno._x000D_

RECENSIONI


Rispolverando uno script risalente al 1989, Raimi torna all’horror indipendente e con pochi mezzi degli esordi, a quell’ineguagliabile miscela in cui riusciva a terrorizzare a prescindere dalla componente comica insita nel disgusto: il regista conosce il legame “magico” (fondato sull’eccesso) fra ironia e paura, quello che strozza in gola il sorriso. Nelle due sequenze migliori del film, questa formula è applicata in modo esemplare: quella nel garage, dove la vecchia zingara di Lorna Raver (personaggio da Antologia dell’Orrore) attacca la bancaria, e quella dell’incubo/allucinazione con la strega vomitante vermi e la mosca (che si posa anche sulla macchina da presa!). E’ curioso che Raimi ammetta come fonte d’ispirazione La Notte del Demonio di Jacques Tourneur, regista che proveniva dalla scuola di Val Lewton, votata al terrore per ciò che si nasconde, non per ciò che si vede. Quell’opera crollava nel finale mostrando il demonio, questa perde fascino quando, nella scena a casa della medium, mostra vari volti di Lamìa e, fra L'Esorcista ed effetti speciali un po’ troppo naïf, perde anche l’equilibrio fra horror e commedia. Tutta la prima parte del film, invece, è magistrale nel momento in cui l’orrore è solo evocato con il talento nella messinscena: dopo l’orgia di effetti speciali dei tre blockbuster Spider-Man, Raimi riscopre il piacere di spaventare in modo tradizionale, con lo spirare del vento, i cigolii, i giochi d’ombre alla Nosferatu. La ripetitività del plot (tre giorni di vessazioni demoniache) è un marchio di fabbrica (vedi La Casa), ma viene a sostegno dell’opera la commedia dei caratteri, ordita fra dettagli sagaci (il passato da campagnola grassa della protagonista, che denuncia il suo complesso d’inferiorità e, quindi, il suo opportunismo) e coordinate già viste (l’incontro con i genitori snob di lui). Il colpo di scena finale del bottone nella busta è davvero telefonato, per fortuna controbilanciato da un’inattesa, spietata uscita di scena della protagonista.